LA SCELTA. “IL PIRANDELLO SCANDALOSO CHE NON VOLEVANO FARMI GIRARE”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Michele Placido ha una passione per Pirandello, sin dai tempi dell’Accademia, appena può si misura a teatro col grande drammaturgo siciliano e fa testo “L’uomo dal fiore in bocca” da lui interpretato in tv sotto la regia di Marco Bellocchio. Ma portare al cinema “L’innesto”, commedia sfortunata rappresentata la prima volta al Manzoni di Milano il 29 gennaio 1919, protagonista Maria Melato, non è stato facile. Tutt’altro. Racconta: «La verità? Nessuno voleva produrlo. Ho girato un annetto col copione sottomano, ricevendo una sequela di “no”. Alla fine, quando ormai un po’ disperavo, ho trovato l’interesse della Lucky Red, che ha dato il La, e a quel punto sono intervenuti anche Raicinema e il ministero ai Beni culturali».
Il suo ultimo film da regista, un poliziesco girato in Francia, “Il cecchino”, risale al 2012. Non proprio una riuscita, ma Placido lo conoscete: gli piace cambiare, mettersi in gioco, spiazzare, pure provocare. Così, dopo essersi specializzato in “romanzi criminali”d’azione e sparatorie, ha ripreso in mano il fosco testo pirandelliano per trarne, con un titolo diverso, un film in abiti moderni, girato interamente a Bisceglie, laddove è più facile ricevere il sostegno della mitica Apulia Commission.
“La scelta” è nelle sale dal 2 aprile in 250 copie, e speriamo non sia un azzardo, anche se Placido ha voluto «due giovani attori, popolari e belli», come Ambra Angiolini e Raoul Bova, più Valeria Solarino in una parte secondaria. «Vorrei tanto che non fosse una storia di nicchia, per i soliti addetti ai lavori» confessa il regista. “L’innesto” si srotola nella Roma umbertina del primo Novecento; “La scelta”, non solo per risparmiare sui costumi e la scenografia, è ambientato oggi in una piccola città sul mare del nostro sud. «Ma è una storia universale, ci sono personaggi che non conoscono l’usura del tempo e dei secoli. Sono rimasto folgorato nel leggere il testo, anche Ronconi lo riscoprì per un laboratorio teatrale. Mi ha colpito la dimensione quasi mistica, spirituale, fortemente etica, anche scandalosa, della vicenda, costruita addosso a una straordinaria “femmina pirandelliana”» spiega Placido.
All’anteprima per la stampa lo interrogano sui temi dell’aborto e dello stupro, ma il regista invita ad andare oltre, a non vedere il film «in chiave ideologica». Nella rilettura contemporanea, Laura e Giorgio sono una coppia apparentemente perfetta. Lei istruisce una corale di bambini, preferendo Saint-Saëns a Mozart, lui è un cuoco di successo che gestisce un locale: si amano, fanno spesso all’amore, ma non viene il figlio che desiderano da anni. Un pomeriggio, aggirandosi da sola nella città vecchia, Laura viene stuprata e picchiata. Tutto sembra andare in pezzi, la famiglia invita al silenzio, il marito fatica quasi a toccarla dopo quel trauma , quasi fosse infetta; ma la donna decide invece di ricostruire un legame anche fisico, intimo, con Giorgio, usando tutta la femminilità di cui dispone, e di lì a poco si scoprirà incinta. Ma di chi? Del violentatore o del marito? E a quel punto come si comporterà l’uomo?
Avrete capito il senso del titolo originario della pièce. Quanto subìto da Laura è una sorta di innesto che ferisce la pianta ma le fa dare nuovi e migliori frutti. Solo che per Giorgio è difficile accettare il dubbio che arroventa la sua anima di marito; mentre lei è messa di fronte a una scelta: abortire per salvare quel che resta del matrimonio o trasformare quella violenza in un lampo di vita?
Argomenta Placido: «Pirandello non è affatto “indelicato”, racconta una femmina formidabile. Capace di rigenerare il tutto, di reagire in modo positivo. Io sono cattolico, vedo Laura è un po’ come una Madonna che riceve lo Spirito Santo, ma non sfuggirà, anche a chi non crede, la grandezza di questa donna coraggiosa rispetto all’ipocrisia borghese di ieri e forse di oggi». Seguirà dibattito?
Poi, certo, il film, lungo 90 minuti, è a corrente alternata: troppa musica, scene madri, primi piani ad occhi sgranati, pale eoliche che sfidano la metafora, frasi del tipo: «Lui cercherà nei miei occhi la certezza che io sono suo padre». Placido usa a piene mani il mélo insito nella vicenda, ma lo intinge in un’atmosfera da cinema d’autore, fatto di sospensioni e silenzi che si vorrebbero eloquenti. Il dilemma morale, appunto “la scelta”, risulta qua e là meno universale di quanto pensi Placido, ma di sicuro quando appare lui, nei panni del vecchio carabiniere che conduce le indagini con pietosa cura, il film cresce e ci ricorda quanto contino gli attori, la forza degli sguardi e delle voci.

Michele Anselmi

Lascia un commento