ADDIO A MANOEL DE OLIVEIRA: 106 ANNI E 50 FILM (MONICELLI, PER SCHERZO, LO VOLEVA MORTO)

Era il 2008, a Venezia. Mario Monicelli, allora 93enne, sparò ai giornalisti una delle sue battute finto-ciniche. «Non vedo l’ora che muoia Manoel de Oliveira. È stato sempre la mia ossessione. È più anziano di me, più bravo di me, pure invitato a più festival di me». Due anni dopo, purtroppo, Monicelli si sarebbe ucciso buttandosi dalla finestra di un ospedale romano, vinto da un cancro e dalla progressiva cecità. De Oliveira invece ha continuato a fare film, arzillo e riverito, sempre di buon umore e circondato da belle attrici. La controprova? Il suo ultimo corto, “Il vecchio di Restelo”, era al Lido lo scorso settembre. Giovedì 2 aprile la morte, a 106 anni, in quella città di Porto che lo aveva visto nascere l’11 dicembre 1908, figlio di un ricco industriale del ramo passamanerie.

Manoel Cândido Pinto de Oliveira era il suo nome per intero. Prolifico come pochi, ha firmato una cinquantina di film, tra documentari, corti e lungometraggi, la maggior parte dei quali realizzati dopo i sessanta, quando a Hollywood in genere ti mandano in pensione. Era il beniamino dei critici e dei direttori di festival, infatti vanta due Leoni d’oro e una Palma d’oro alla carriera; anche una gloria nazionale per il Portogallo, che giustamente l’avevo eletto a cine-patriarca.

Grandi attori, da Catherine Deneuve a Marcello Mastroianni, da Michel Piccoli a John Malkovich, da Stefania Sandrelli a Irene Papas, facevano a gara per apparire nei suoi film, accettando cachet bassi; e di sicuro interpreti lusitani come Leonor Silveira e Luís Miguel Cintra gli devono tutto. «La macchina da presa, la sala, lo schermo, sono materiali, ma le immagini sono immateriali» teorizzava con elegante gusto del paradosso, forte di una curiosità culturale che gli permetteva di usare teatro, letteratura, poesia, filosofia e musica come ingredienti vivi di un cinema inteso come «una riflessione sull’umanità».

Camera fissa in chiave di tableaux vivants, rari movimenti di macchina, un costante lavora sulla luce: il suo cinema era raffinato, cosmopolita, anti-popolare, trapunto di spirito arguto, anche parecchio noioso (ma guai a sussurrarlo, passi per un ignorante). Titoli come “Passato e presente”, “Amore di perdizione”, “Francisca” o “Le soulier de satin” ne fanno un maestro del cinema d’autore, e lui alla fine ci prese gusto, sfornando un film dopo l’altro, spesso a basso costo, quasi tutti prodotto dal fedele Paulo Branco: una quindicina solo dal 2000 a oggi. Tra questi “Un film parlato”, del 2003, dove, alla sua maniera sorniona e beffarda, ammoniva l’Europa a non sottovalutare il potere devastante del fondamentalismo islamico.

Tra una citazione erudita e uno sguardo birichino, de Oliveira faceva dire a un personaggio durante una crociera verso Bombay: «È vero, gli arabi contribuirono a diffondere la civiltà greca nel mondo, ma poi bruciarono la Biblioteca alessandrina» (e anche il riferimento alle guerre medievali tra cristiani e musulmani appariva tutt’altro che casuale).

Michele Anselmi

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