Ameluk. Il dialogo interreligioso in una commedia totalmente indipendente

C’erano una volta un musulmano, un ebreo e un cattolico: questa è la storia di Ameluk, opera prima di Mimmo Mancini. Sullo sfondo di un piccolo paesino della Puglia, in piena campagna elettorale per la nomina del nuovo sindaco, sono in corso i preparativi per la consueta Via Crucis pasquale. Tutto sembra pronto, ma un imprevisto sconvolge i piani. Michele, l’interprete di Gesù, si ferisce sedendosi sulla corona di spine a pochi minuti dall’inizio della processione. In preda all’agitazione, Don Nicola chiede al suo amico Jusuf, tecnico delle luci, di sostituirlo. Il povero Jusuf, nel tentativo di integrarsi sempre più, ha una certa difficoltà a dire di no alle richieste di aiuto dei suoi concittadini, tanto più se si tratta di un amico. Però, per la comunità di Mariotto, fortemente credente, un musulmano sul crocifisso è davvero troppo. Da qui Jusuf, soprannominato Ameluk (mammalucco), attraverserà un vero e proprio Calvario, fin quando, stanco di essere considerato il Capro Espiatorio ed entrato a far parte, suo malgrado, dei giochi politici locali come candidato “messia”, sarà in grado di mettere la parola fine alla persecuzione.

Fa pensare il fatto che questo film sia stato girato ben sei anni fa. Ameluk è un lavoro estremamente attuale che usa l’ironia per descrivere un problema sociale difficile da raccontare senza riuscire a non cadere nella banalità. È dettagliato, preciso e attento a non offendere la sensibilità di nessuno. Di contro, man mano che la pellicola scorre, si ha la stessa sensazione di quando siamo alle prese con il capitolo di un libro che si dilunga troppo e, dunque, non solo ci si chiede dove sia il punto, ma si controlla anche il numero delle pagine restanti. Ameluk esordisce in maniera forte, sorprendente e davvero divertente, poi poco a poco si appiattisce perdendo di efficacia, sia nella stessa trama che nel livello delle gag dapprima esilaranti e sul finire piuttosto spente. Ed è un vero peccato perché l’idea è giusta e l’ironia vivace fino a buona parte del racconto, poi l’atteggiamento di Maria (nome scelto non a caso), moglie italiana di Ameluk, diventa sempre più irritante e le situazioni che si creano decisamente eccessive e lievemente artefatte. Senz’altro è in parte nell’intenzione del regista stressare al massimo il concetto di intolleranza nei confronti del diverso, come a voler prendere in giro questo genere di pregiudizi, però quando tale meccanismo va a scalfire la verosimiglianza del racconto diventa davvero troppo.

Degna di particolare attenzione è la fotografia, sia nella la scelta dei colori pastello, in omaggio al fumetto di Andrea Pazienza, sia nella patina gialla che ricopre la pellicola facendoci sentire addosso il calore e il colore del Sud.

Stefania Scianni

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