I bambini sanno più dei grandi? Chissà. Veltroni regista fa il bis dopo Berlinguer

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

I bambini sanno? Sanno più dei grandi? E soprattutto, per dirla con Keith Haring, «sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato»? Vai a saperlo. Però Walter Veltroni, classe 1955, adora gli affondi poetici, pure poetizzanti, i suoi libri si chiamano “La scoperta dell’alba” o “Il disco del mondo”, e poco importa che da essi siano stati tratti film bruttarelli diretti da altri. Fino a pochi anni fa impegnato in ruoli politici di notevole responsabilità; oggi un po’ defilato, dedito a nuove sfide culturali, come sempre pilotate con cura e ampio riscontro mediatico. Così, dopo “Quando c’era Berlinguer”, che incassò circa 600 mila euro (mica poco per un documentario), eccolo di nuovo regista con “I bambini sanno”, il cui strillo promozionale, preso da una frase di una ragazzina, recita: «Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio».
Ancora un documentario, uscirà il 23 aprile distribuito dalla Bim, prodotto da Wildside e Palomar insieme a Sky. E certo incuriosisce l’affollamento di titoli legati al mondo emotivo dei giovanissimi: il francese “Le vacanze del piccolo Nicolas”, l’italiano “La dolce arte di esistere”, appunto “I bambini sanno”.
Veltroni lo conoscete. Il film della sua vita è “L’uomo dei sogni” con Kevin Costner, 1989, e la parola sogno torna spesso nel documentario, che cuce insieme, scandito da temi come “Amore”, “Famiglia”, “Dio”, “Omosessualità”, “Crisi”, “Passioni”, le confessioni di 39 bambini tra gli 8 e i 13 anni. Ma per fortuna Veltroni, pure è incline ad affondi smielati e retorici, non è Marzullo. Semmai si sente più Sergio Zavoli o Pasolini. Stavolta l’uso delle musiche di Paolo Fresu è contenuto, la citazione in esergo dal “Piccolo principe” è scusabile, la cinefilia dell’autore si limita a una carrellata di sequenze celebri, alla maniera dei baci di “Nuovo cinema Paradiso”: solo che qui i bambini corrono, corrono, corrono, e giù scene da “I 400 colpi”, “Un ragazzo di Calabria”, “Baarìa”, “I bambini ci guardano”, eccetera. Si poteva evitare, poco aggiunge.
Dice Veltroni dei suoi 39 protagonisti, scelti tra quasi 300: «Volevo catturarli in quell’età lì, quando hanno un milione di cose da dire e da chiedere perché non sono più così bambini da essere inconsapevoli, ma neppure ancora abbastanza ragazzi da essersi costruiti un po’ di corazza. Prima che alle domande gigantesche subentrino le risposte».
Bisogna riconoscere che l’ex segretario del Pd, rimasto orfano del padre a un anno d’età, si accosta con sensibile discrezione ai bambini, scegliendo di non apparire, sentiamo solo la sua voce, quieta, rispettosa dei volti e delle storie, attenta alle parole (il carcere diventa “un posto”). «I grandi spesso parlano coi ragazzini a voce alta, scandiscono le parole, manca solo che usino il verbo all’infinito come fanno gli stranieri…». Vero.
D’altro canto, anche se il mondo non sarà salvato dai ragazzini, è pur vero che questi ragazzini sconfiggono un certo pregiudizio nell’aria, aprono uno squarcio illuminante, offrono alla telecamera il loro vivace mondo interiore, anche un malessere esistenziale che gli adulti tendono forse a sottovalutare. «Dieci anni… è un’età difficile, i grandi non sanno» riflette Lorenzo, di famiglia benestante, riflessivo e ironico, da piccolo attratto dalle bambole, ora più saldo nel rapporto con l’altro sesso, specie dopo aver recitato a scuola “Il mago di Oz”: «Ero l’unico maschio tra undici femmine. Un incubo».
Lorenzo assicura di non conoscere il significato della parola “speranza”. Sarà vero o recita un po’? Di sicuro questi bambini parlano bene, piazzano i congiuntivi e i condizionali al punto giusto, sfoderano una proprietà di linguaggio, un pensiero complesso. Anche quelli arrivati in Italia due o tre anni fa: dalla Colombia, dalla Nigeria, dalle Filippine, dalla Libia. «L’Italia come ti sembra? Domanda Veltroni. «Non tanto bella» replica la figlia dell’operaio disoccupato. «Con chi parli quando hai un problema?» chiede ancora Veltroni. «Con nessuno» risponde stoico il bambino filippino arrabbiato con Babbo Natale perché non ha ricevuto una maglia della Roma col numero 10 (gli aveva lasciato latte caldo e biscotti).
I bambini, tutti ripresi nel proprio ambiente familiare e bene si vedono le differenze di arredi, sono di varia estrazione sociale, censo e provenienza regionale, cristiani, musulmani ed ebrei, saputelli e spiritosi, col culto di Jimi Hendrix o stregati da Peppa Pig, adottati, con famiglie allargate o due mamme lesbiche. Un genietto della matematica, preso per “autistico” a scuola e bersagliato dai bulli, alla domanda sul momento più felice della sua vita risponde filosofeggiando: «Quando sono nato, perché… ero»; un ragazzino afflitto da leggera sindrome down ricorda che stava strozzandosi alla prima comunione perché «l’ostia s’era attaccata al palato» ma poi s’interroga sui massimi sistemi.
In generale risultano più toccanti, densi, i bambini reduci da esperienze dure, traumatiche, dolorose, portate infisse nello sguardo. Purtroppo. Il film si apre e si chiude col ragazzino rom di 8 anni, cresciuto tra i topi in un campo nomade, che non ha mai visto il mare. L’autore l’accontenta con tanto di panoramica hollywoodiana dall’alto che si alza sopra gli alberi della pineta. Diranno che è una “veltronata”. Ma forse non è così.

Michele Anselmi

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