NANNI MORETTI OPUS N.12: “MIA MADRE” TRA AUTOBIOGRAFIA FILIALE E SATIRA SUL CINEMA D’IMPEGNO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

In “Mia madre”, opus n. 12 di Nanni Moretti dal 16 aprile nelle sale, Margherita Buy incarna una cineasta engagée, ma piuttosto in crisi, di nome Margherita. Girando un film-denuncia intitolato “Noi siamo qui”, a un certo punto perde la brocca e si rivolge così alla troupe: «Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare di tutto». Battuta morettina e autocritica insieme, come se il regista, oggi 61enne, volesse un po’ fare i conti con se stesso, riversando nel personaggio di Margherita, in un gioco di specchi, qualcosa che lo riguarda parecchio da vicino. Lui lo definisce «senso di inadeguatezza», forse non lo stesso vissuto dal pontefice Michel Piccoli in “Habemus Papam”, e tuttavia intreccia irresolutezza sentimentale e dilemmi estetici, distrazione genitoriale e fragilità psicologica. Non a caso, in una bella sequenza onirica che si svolge davanti al cinema Capranichetta, una volta tempietto romano dei film d’autore, lo stesso Moretti, nei panni del fratello, apostrofa così la regista: «Margherita, fai qualcosa di nuovo, di diverso, rompi almeno un tuo schema. Uno su duecento!».
Naturalmente “Mia madre” è un film profondamente inciso sulla pelle del suo autore. Perché sua mamma, Agata Apicella, morì quattro anni fa durante il montaggio di “Habemus Papam”, e qui il personaggio dell’anziana signora malata si chiama Ada; ma soprattutto perché, spiega Moretti, «la morte di una madre è un passaggio importante della vita, molti di noi l’hanno vissuto, e io volevo, senza sadismo verso lo spettatore, raccontare al cinema questo passaggio».
Verità e finzione si mischiano, talvolta in modo toccante ma non piagnone, nel ritratto di questa anziana professoressa di latino e greco che i figli Margherita e Giovanni, stessi nomi degli attori, riportano a casa dall’ospedale perché possa morire nel suo letto, tra oggetti e libri cari. Il giorno dopo un ex allievo, ormai avanti con gli anni, suonerà alla porta: ogni volta che passava per Roma andava a trovare la sua antica insegnante, per parlare con lei, di tutto. «A me non è successo, certo per colpa mia; invece mia madre ha continuato a frequentare generazioni anche lontane di ex alunni. Un aspetto rivelatosi con forza dopo la sua morte».
Com’è “Mia madre”? Il film, scritto con Francesco Piccolo e Valia Santella, unisce la meditazione sulla sofferenza filiale alla riflessione anche umoristica sul cinema che un tempo avremmo chiamato d’Impegno Civile. Così, in un percorso parallelo che finirà per convergere, assistiamo
al progressivo sbriciolarsi e ritrovarsi di questa regista per molti versi alter-ego di Moretti. Madre distratta e moglie anaffettiva, Margherita sta dirigendo un film ambientato in una fabbrica occupata appena rilevata da un imprenditore americano deciso a licenziare e ristrutturare. Solo che l’attore ingaggiato, un John Turturro che un po’ si prende in giro, fa le bizze, è vanesio, inaffidabile. Crede ancora di essere ai tempi della “Dolce Vita”, vuole andare in via Veneto, canta “Bevete più latte” da Fellini, ciancia di un film con Stanley Kubrick e confessa di sognare Kevin Spacey che lo uccide. Avrete capito che, un po’ come succedeva nel “Caimano”, il film nel film serve come contrappunto ironico, è una cornice buffa nella quale far muovere la spaesata Margherita mentre tutto si complica con la malattia allo stadio finale della mamma.
E Moretti? Fa, appunto, Giovanni, il fratello manager che arriva a licenziarsi dall’azienda, sapendo che poi sarà difficile trovare un lavoro, per poter accudire la madre, dedicarsi totalmente a lei nelle ultime settimane di vita. Un Moretti contenuto nella recitazione, senza tic morettiani, defilato, sobrio, mai compiaciuto. Infatti dice: «Non volevo essere al centro di questo film. È parecchio, del resto, che non mi capita di fare il protagonista: felicemente». E cita Silvio Orlando, Michel Piccoli, Margherita Buy.
Ma certo Margherita, la regista, custodisce qualcosa di «familiare» per Moretti, è lui stesso a riconoscerlo incontrando i giornalisti: nelle arrabbiature isteriche sul set, appunto; in certe idiosincrasie verbali o antipatie a pelle; nel teorizzare quel tormentone vagamente brechtiano in base al quale «l’attore deve stare accanto al personaggio», non annullarsi insomma.
Scandito dalle musiche d’atmosfera di Arvo Pärt e Philip Glass, più canzoni varie di Leonard Cohen e Jarvis Cocker, “Mia madre” è un film pensato, levigato, anche delicato, che sa toccare le corde giuste della commozione, specie in chi di recente ha perso un genitore; semmai convince meno il versante di commedia, dove Moretti usa di nuovo il contesto colorito di un set per far sorridere e insieme evocare la fragilità della protagonista.
Margherita Buy, alla sua terza volta con Moretti, si conferma attrice vibratile, duttile, capace di sostenere per intero sulle proprie spalle il peso del film. John Turturro si diverte a fare il divo sbruffone, e magari un po’ esagera nelle facce; Giulia Lazzarini è una madre perfetta, che sente su di sé l’alito della morte e prova a resistere ai cattivi pensieri mentre la mente si offusca.
A suo modo, un film semplice, diretto, anche se Moretti spiazza a volte lo spettatore, e fa bene, filmando in modo realistico sogni, ricordi, fantasie, allucinazioni. «Arrivare alla semplicità è un traguardo. Ma semplicità non va confusa con spontaneità o improvvisazione» chiosa il regista. Ha ragione. Infatti ci sono voluti 70 giorni di riprese e circa 7 milioni di euro per finanziarlo (producono Raicinema, Sacher, Fandango e La Pacte). Quanto alla Croisette, possibile che “Mia madre” vada fuori concorso, si sa tutto il 16 aprile. «Io da Cannes accetto tutto» la risposta dell’interessato.

Michele Anselmi

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