“SAMBA” DOPO “QUASI AMICI”: STORIE DI SANS PAPIER CON AMORE INCORPORATO (I LE PEN NON RINGRAZIANO)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Sono loro, i golden boys del cinema francese Éric Toledano e Olivier Nakache, i primi a riconoscerlo. “Samba” non è andato in patria come si attendevano dopo l’exploit clamoroso di “Quasi amici”. Tre milioni e mezzo di biglietti contro i quasi venti dell’altro film. In fondo, però, sono sempre 26 milioni di euro al botteghino, mica male per una storia di “sans papier”, immigrati africani, poveri cristi costretti ad acquistare documenti falsi per poter lavorare, spesso in nero ma comunque raggiunti dalle tasse (è la schizofrenia francese).
Volati a Roma nel giorno in cui a Lampedusa l’emergenza sbarchi sta raggiungendo livelli spaventosi, si spara in mare e Salvini ordina ai leghisti di occupare ostelli, alberghi, scuole e caserme per respingere i profughi, i due registi francesi, 86 anni in due, ammettono una semplice verità: «L’argomento è delicato, difficile, controverso anche da noi; la stampa di destra ci ha attaccato duramente, ma in fondo poteva pure andare peggio». A chiedere un giudizio sulla famiglia Le Pen, tanto per restare in argomento, la replica è questa: «Peggio di loro non c’è nulla. Razzisti, negazionisti, xenofobi. C’è da augurarsi solo che si ammazzino a vicenda». Alè.
“Quasi amici” da noi incassò 15 milioni di euro, tanto, al punto che Medusa rinunciò a produrre un remake italiano (e meno male). Ma lì il tema era universale, l’incontro tra il nero ruspante della banlieue e il ricco tetraplegico con Maserati evolveva in un rapporto coinvolgente, spassoso, anche struggente, da applauso finale.
Per questo Toledano & Nakache hanno richiamato il monumentale attore senegalese Omar Sy, nel frattempo ingaggiato a Hollywood per filmoni d’azione, mettendogli accanto Charlotte Gainsbourg: qui elegante, maldestra, parecchio depressa, col solito broncio parigino, nei panni di una manager reduce da una crisi da super lavoro che l’ha mandata in corto circuito.
Il film esce il 23 aprile, targato 01-Raicinema. Schematizzando un po’, potremmo definirlo un Ken Loach alla francese, quando Loach parla d’amori misti, come in “Un bacio appassionato”; benché gli autori sfoderino come fonte d’ispirazione la commedia italiana d’antan, Monicelli, Scola, Risi, Brusati eccetera. La samba, come ballo, c’entra poco. A chiamarsi Samba è un cuoco senegalese onesto e vitale che, dopo dieci anni da clandestino, si ritrova incarcerato in un centro a un passo dall’aeroporto per un colpo di sfortuna. Alice, reduce appunto da un crollo psico-fisico, prova a ricostruire se stessa lavorando da volontaria in un’associazione che si occupa di “sans papier” a rischio rimpatrio. Che dite, i due finiranno col piacersi?
Alla base c’è un tosto romanzo di Delphine Coulin intitolato “Samba pour la France”, ma nella trasposizione per il cinema i due registi hanno introdotto il personaggio della giovane donna, con tanto di strizzatina d’occhio a “Nymphomaniac”, e inventato un mezzo lieto fine, tra romance sentimentale e beffa allo Stato. Spiegano Toledano & Nakache: «Dopo “Quasi amici” rischiavamo di ritrovarci ingabbiati in un genere. Per questo in “Samba” tocchiamo corde diverse. Sapevamo di maneggiare una storia meno forte: qui raccontiamo un incontro umano più che un incontro di classe, partendo dall’idea che bisogna cadere e farsi male per potersi trovare».
Il film, lungo due ore, a tratti è duro, livido, non edulcora la condizione degli immigrati. «Il romanzo era poco divertente, finiva al buio con un salto nell’acqua, per questo abbiamo inventato Alice, un po’ buffa e sexy, un personaggio più vicino a noi» rivelano. E citano Wolinski, il grande vignettista di “Charlie Hebdo” ucciso in redazione da due terroristi islamisti: «Diceva che il ridere è la strada più breve tra un uomo e un altro uomo». Speriamo che sia così.

Michele Anselmi

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