Le streghe son tornate. Il ritorno estremo di Álex de la Iglesia

Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma 2013, finalmente, l’ultimo lungometraggio di Álex de la Iglesia verrà distribuito anche da noi. Prestigiatore delle più disparate sensibilità cinematografiche, dal melodramma all’horror, dal gotico alla commedia, il regista spagnolo utilizza, ancora una volta, il saldo strumento narrativo rappresentato dal cinema di genere per tessere una spassosa riflessione attorno al rapporto tra i sessi.

Dopo i divertenti titoli d’inizio, che mescolano illustrazioni di stregoneria con i ritratti di donne potenti come la regina Vittoria, la Thatcher e la Merkel, tocca alla prima macro-sequenza veicolare l’effervescente ritmo narrativo. José, dopo aver divorziato dalla moglie, può vedere il figlio piccolo solo poche volte al mese. Decide, così, di portarlo con sé ad una rapina in un “Compro oro”, al termine della quale, dopo un delirante inseguimento in auto, i due, insieme al complice e allo sventurato tassista che hanno sequestrato, giungono in un paese popolato da streghe. Zugarramurdi esiste realmente e, in passato, è stato protagonista di un caso di stregoneria, represso dall’inquisizione spagnola. Nel lungometraggio di de la Iglesia, il paese basco si trasforma nell’ambientazione gotica della terribile lotta tra le streghe donne, che sono alla ricerca di un bambino da immolare alla Grande Madre (una gigantesca Venere di Willendorf).

Come nel recente ed acclamato Ballata dell’odio e dell’amore, in cui de la Iglesia si serviva della figura di un clown come traghettatore tra le vicende politiche spagnole del Novecento, Le streghe son tornate si accosta alla situazione spagnola contemporanea, a partire dalla metafora offerta dalle figure delle streghe. Questa commistione tra macrocosmo collettivo e microcosmo individuale sembra essere una prerogativa tutta spagnola e rimandante anche all’ultimo film di Pedro Almodóvar, Gli amanti passeggeri, in cui un aereo, con enormi difficoltà ad atterrare a causa di un problema tecnico, si ergeva a rappresentante dello stato di crisi del Paese.

Caratterizzato da una notevole e attenta gestione del ritmo, degli intrecci e dei dialoghi, il lungometraggio gioca con alcuni luoghi comuni, evitando, però, di cadere nel maschilismo. Peccato soltanto per l’incontrollata accelerazione che rischia di far deflagrare il film in un finale apocalittico in cui le dimensioni gargantuesche minano la tenuta complessiva dell’intreccio. Estremo, folle e scoppiettante, il cinema di de la Iglesia conferma la propria forza nell’iperbolica rappresentazione del mondo e pone nell’esagerazione e nella distorsione la chiave di lettura della realtà.

Matteo Marescalco

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