Child 44 – Il bambino numero 44: un thriller politico o la politica in un film?

Tratto all’omonimo romanzo di Tom Rob Smith, Child 44 – Il bambino numero 44 è un thriller ambientato nella Unione Sovietica stalinista del 1953. Il protagonista Leo Demidov è un rigoroso agente dell’MGB, il servizio di sicurezza dello Stato, impegnato ogni giorno nella lotta ai dissidenti contrari al regime. Questo fino a quando uno di loro, sottoposto a tortura, fa una lista di sospetti “traditori” tra cui spicca il nome di Raisa, sua moglie. Leo vive così un conflitto: denunciarla consentendone l’arresto o rinunciare per sempre alla sua gloriosa carriera nell’MGB? Nel frattempo alcuni casi di bambini trovati morti sembrano essere accomunati dallo stesso modus operandi, a dispetto di quanto affermato dai dettami del regime stalinista secondo i quali Non ci sono crimini in Paradiso. Il mistero sembra attirare particolarmente l’attenzione di Leo che, sempre più isolato, decide di indagare. Con il ritrovato appoggio della moglie e il supporto del Generale Nesterov, costretto ad accettare una serie di compromessi per sopravvivere al regime totalitario dell’epoca, la sua disperata ricerca della verità si scontrerà con il tentativo dell’esaltato Vasili, suo collega, di mettere tutto a tacere.

Trattandosi di un film “in costume”, era necessario porre una particolare cura nel ricostruire l’atmosfera. In questo il regista Daniel Espinosa è molto attento: nella scelta delle location come negli abiti e nella fotografia tutto è realizzato in modo da ricreare una precisa ambientazione legata a un periodo storico particolarmente delicato e difficile da rappresentare. Purtroppo, il gap sta nell’inconsistenza della narrazione. Non tanto nella storia vera e propria, che fa riferimento al caso di un assassino condannato a morte nel 1994 in seguito all’omicidio di ben 53 donne e bambini fra il 1978 e il 1990, ma piuttosto nelle modalità con cui si dipana. Più di un elemento, in particolar modo riguardo l’identità dell’assassino, viene lasciato al caso quasi come se non fosse importante. Tutto il film è una corsa contro il tempo, un impianto investigativo debole che, quasi magicamente, conduce all’identità dell’assassino in certo modo legata a quella del protagonista, ma che poi non viene ulteriormente sviluppata cosa che ci si aspetterebbe visto l’efferatezza dei delitti. L’epilogo si realizzerà poi nel giro di pochi frame, lasciando un po’ di confusione in merito all’obiettivo del film: raccontare la storia di uno spietato serial killer vittima inconsapevole di una cultura totalitaria e soffocante o la rinascita di un uomo che, facendo i conti con la propria coscienza, riesce a liberarsi di un sistema viziato e manipolato?

Stefania Scianni

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