Short Skin. L’apprendistato del timido Edo alla vita (e al sesso)

Prodotto dal Biennale College di Venezia, Short Skin a prima vista potrebbe passare per una teen comedy insaporita dalle solite battute dialettali dei protagonisti. Ci troviamo invece davanti a un film low-budget di eccellente fattura che dà corpo e anima al tipico disagio dell’adolescente vergine e timido, focalizzandosi su una problematica inesplorata nel cinema e persino nei medical drama televisivi più duri. Il fiorentino Chiarini, esordiente, parte da un’esperienza reale e personale più comune di quel che si creda: la fimosi, sindrome del prepuzio troppo stretto, colpisce un maschio su tre e in certi casi se il problema non si risolve da sé è necessario attuare una circoncisione, una pratica chirurgica che terrorizza ogni maschio dalla notte dei tempi.

Questa principalmente è la chiave di una resa così genuina per un film che altrimenti sarebbe risultato quasi scontato, vista l’inflazione di tematiche giovanili nella commedia italiana. Ad esempio, Muccino Jr. in Ricordati di me diceva una battuta identica a quella di Nicola Nocchi in Short Skin: “Se non faccio sesso entro la fine dell’estate, m’ammazzo!”. Per il suo primo lungometraggio, Chiarini sceglie una storia semplice ma personale, dove in gioco sono la simpatia del dialetto toscano, ma anche sentimenti e paure comuni a molti i giovani. I genitori di Edo (Nappi e Crestacci) sono in crisi, lui teme l’abbandono del tetto coniugale da parte del padre, che dopo la maturità lo vorrebbe a una facoltà che offra sbocchi, mentre Edo è un ragazzo colto e assorto nella lettura. La sorella (Bianca Ceravolo) esprime la sua voglia di emanciparsi nel conciarsi continuamente i capelli; l’interesse amoroso di Edoardo è Bianca (Francesca Agostini), amica da lungo tempo, che tenta di farsi accettare dalla Sorbonne di Parigi. Ma l’occasione di risolvere i propri problemi fisici e dichiararsi a lei sembra sfuggire a Edo. L’amico fissato col sesso Arturo lo vuole iniziare con una prostituta e in seguito con un polipo, ma al contempo ha una relazione problematica. Una giovane cantante (Miriana Raschillà) è interessata a Edo, ma lui non vuole fare passi affrettati. La paura e la vergogna sono così forti che non ha il coraggio di farne parola con nessuno, ma deciderà comunque di muoversi da solo recidendo lui stesso il cordone ombelicale che lo lega alle paure infantili e che lo spingerà, nel finale, verso il mondo adulto.

Per i toni seriosi, questo film più che a una commedia alla American Pie somiglia ad un Ovosodo che incontra le paturnie adolescenziali piuttosto drammatiche della giovane Ellen Page in Juno di Reitman. Punti di forza indiscussi, il cast genuino con molti nomi esordienti e l’ottima fotografia del turco Baris Ozbicer. A suggellare quest’opera prima c’è l’impudicizia della cinepresa sui corpi nudi sia maschili che femminili, cosa piuttosto inusuale, e quell’ambientazione estiva che nel finale si rompe con la pioggia improvvisa di molte estati e che metaforicamente va a sancire il passaggio all’età adulta. Nonostante la distribuzione ridotta a poche sale, Short Skin sta ottenendo buoni risultati. Chissà che non possa smuovere le acque stagnanti delle giovani leve toscane del cinema italiano, troppo spesso costrette a migrare.

Furio Spinosi

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