IL CINEMA ITALIANO VA MALE. TROPPI FILM INUTILI, PICCOLI E POCO PENSATI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Volete un titolo che dia l’idea? Eccolo. «Il cinema italiano va male. Troppi film inutili, piccoli piccoli e poco pensati». Proprio mentre il fragoroso corteo contro la riforma della scuola voluta dal premier Renzi sfilava davanti al Barberini, dentro si faceva qualche conto sulla salute del nostro cinema in relazione al 2014. “Tutti i numeri del cinema italiano” recitava infatti l’iniziativa organizzata dal ministero ai Beni culturali e dall’Anica, affollata di addetti ai lavori (assenti i registi però) e vivacizzata alla fine, in attesa che il ministro Dario Franceschini si facesse vivo senza trascinarsi dietro i manifestanti, da un nervoso scambio d’opinioni tra Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Raicinema, e tre dei quattro relatori, cioè il dirigente del Mibact Nicola Borrelli, la produttrice Francesca Cima e il distributore Andrea Occhipinti.
Motivo del contendere? Le tre reti Rai, specialmente Raiuno, offrirebbero pochi film italiani in prima serata nonostante la gran quantità di titoli prodotti da Raicinema, mentre Canale 5 farebbe di meglio con i film targati Medusa. La controprova? La top ten segnala 7 a 3, al primo posto “La grande bellezza”, mandata in onda poche ore dopo aver vinto l’Oscar. Del Brocco se l’è presa un po’, facendo presente che i dati vanno letti con maggiore accuratezza e ricordando che gli obblighi istituzionali e di programmazione della Rai sono più vincolanti; gli altri tre hanno replicato invitando la tv pubblica a offrire spazi in prima serata al cinema italiano. Che però, diciamo la verità, in quella collocazione non fa mai ascolti accettabili, tranne rare eccezioni pop.
Per il resto, al termine di oltre due ore di convegno, la cronaca registra quanto segue. Certo schematizzando un po’.

1) Giriamo troppi film, addirittura 201 nel 2014 rispetto ai 167 del 2013. In generale sono troppo piccoli dal punto di vista dell’investimento: 112 di questi sono costati sotto gli 800 mila euro di budget, alcuni attorno ai 200 mila. Ogni tanto viene fuori una perla, ma sono rare. Contemporaneamente scendono le coproduzioni con l’estero e non si riesce a drenare finanziamenti europei. «La sintesi potrebbe essere questa: effervescenza creativa, con qualche contraddizione; fragilità crescente dell’industria e delle strutture in grado di confrontarsi con un mercato sempre più competitivo» scandisce Borrelli.

2) Ne discende che, sul piano degli incassi, siamo tornati ai livelli di dieci anni. Sotto i 100 milioni di biglietti venduti, per un totale al botteghino di neanche 600 milioni di euro. Rispetto all’anno precedente il 2014 ha segnato un calo di circa il 7 per cento, e anche la quota di mercato totalizzata dai film italiani è scesa al 27 per cento (al 25 nei primi tre mesi del 2015). Se non ci pensa san Zalone, nel senso di Checco, saranno guai a fine anno.
3) I nostri film d’autore vanno ai festival e vincono premi, tuttavia, tranne alcune mosche bianche, quando poi escono in sala incassano circa un terzo o la metà di un tempo. È il caso di “Mia madre”: lunedì 5 maggio ha superato di poco i 2 milioni e 700 mila euro, poco rispetto ai tradizionali standard morettiani (tra i 5 e i 6 milioni e mezzo). Magari andranno meglio “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino e “Il racconto dei racconti – Tale of Tales” di Matteo Garrone, entrambi in concorso a Cannes insieme a “Mia madre” e tutti e tre ad ampio budget e sorretti da soldi stranieri. Non che le commedie, neppure quelle pensate per il grande pubblico giovanile, vadano tanto meglio, però. Tutte uguali, a partire dal formati corali dei manifesti, inzeppate di attori spremuti come limoni e plasmate a guisa di farse dialettali o sullo scontro culturale Nord-Sud.

Poi è vero: il tax-credit, cioè il sostegno indiretto, ha funzionato, riequilibrando qualità e quantità del finanziamento pubblico al cinema cosiddetto di interesse culturale. Dei 203 milioni totalmente investiti nel cinema dallo Stato nel 2014 ben 115 vanno fatti risalire al sistema degli sgravi fiscali; e le nuove norme legate al tax-credit internazionale hanno favorito l’arrivo di grosse produzioni internazionali (il nuovo 007 per esempio).

«Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta. La nostra industria sta crescendo, nonostante la parcellizzazione degli investimenti» si consola Francesca Cima, coproduttrice storica dei film di Sorrentino. Subito dopo accusa le tv generaliste «di far scomparire il cinema italiano dalla formazione culturale del Paese», e qui il discorso sarebbe lungo. Gli fa eco Occhipinti: «La Rai con Raicinema punta molto sul cinema, ma poi la casa madre non usa i film che pure produce e non costruisce appuntamenti in prima serata. I film italiani vanno solo sui canali tematici». E a quel punto scatta, come si diceva, la reazione di Del Brocco.

L’intervento più interessante viene forse da Riccardo Tozzi, produttore in proprio con Cattleya e presidente dell’Anica, la Confindustria del cinema. Tozzi ripudia «gli atteggiamenti ottusamente nostalgici» nei confronti di una supposta età dell’oro nella quale il cinema non doveva misurarsi con la concorrenza televisiva; e ricorda, giustamente, che «noi spettatori non vogliamo correre rischi quando usciamo di casa per andare al cinema». In altre parole? «Ogni film deve essere unico, desiderabile dallo spettatore, deve diventare un caso, piccolo o grande che sia. I copioni vanno scritti e riscritti anche se c’è urgenza di girare, bisogna scegliere con molta cura le storie da portare sul grande schermo» raccomanda Tozzi. Per il coproduttore di “Benvenuti al Sud”, insieme a Medusa, esiste un legge economica secondo la quale «gli incassi sono generalmente allineati alla curva dei costi, quindi: meno budget medi, meno biglietti venduti». Non che i problemi, oggi s’usa dire “criticità”, siano di facile soluzione. Abbiamo circa 3.600 schermi che restano aperti solo 8 mesi all’anno, si prova ogni tanto ad allungare la stagione ma di solito la buona volontà non viene premiata, mentre incombono molti di quei 201 film prodotti in un anno.
Ma Tozzi suggerisce anche un altro tema. «L’apparire di una nuova serialità televisiva sta cambiando percezioni e comportamenti. Non parlo della fiction da tv generalista, rivolta al pubblico che tradizionalmente non va al cinema; bensì di quella serialità nuova, aggressiva, moderna, accattivante, che si rivolge a chi consuma cinema anche in sala». Il pensiero corre a “Romanzo criminale”, a “Gomorra”, al recente “1992”, al prossimo “Suburra”. In effetti queste serie, nate per Sky e poi confluite su Raitre o La 7, stanno rivoluzionando una certa immagine placida e retorica della fiction. Che poi facciamo parte di una salutare dieta estetica capace di riportare i giovani in sala, beh, è una cosa tutta da dimostrare.
PS. Curioso il manifesto dell’iniziativa ministeriale. Tanti titoli di film del 2014 stampati l’uno vicino all’altro in varia grandezza, a seconda degli incassi. Pare che sia stato usato un algoritmo per stabilire i criteri di stampa ed evitare controversie.

Michele Anselmi

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