“LO CUNTO DE LI CUNTI” SECONDO MATTEO GARRONE, TRA FIABA, MAGIA, LIFTING E ODORE DEL SANGUE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

A Matteo Garrone, classe 1968, piace l’odore del sangue, specialmente dopo “Gomorra”. Infatti ne versa parecchio nel suo nuovo film, “Il racconto dei racconti”, a suo modo un kolossal per l’Italia. Infatti è costato 12 milioni di euro, l’hanno girato in inglese divi anglo-americani e porta come sottotitolo internazionale “Tale of Tales”, essendo tratto dal seicentesco “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, noto anche come “Lo tratteniemento de peccerille” (benché i bambini poco c’entrino con gli argomenti trattati).
Progetto audace, infatti il festival di Cannes l’ha voluto in concorso, insieme a “Mia madre” di Moretti e “Youth – La giovinezza” di Sorrentino. Da noi esce il 14 maggio, targato 01-Raicinema, in 450 copie, nella speranza di piacere anche al pubblico dei ragazzi. Trattasi infatti di fantasy, in chiave tra il fiabesco e il crudele, con tanto di sortilegi, magie, orchi, negromanti incappucciati, donne scorticate vive, cuori di draghi bolliti e mangiati, teste tagliate. «Perché proprio un fantasy? Scelta masochistica, forse incosciente, fatta in un momento in cui volevo mettermi nei guai» confessa il regista romano, e vai a sapere fino a che punto scherza. Non deve essere stato facile mettere insieme il corposo budget, neanche dopo il generoso finanziamento iniziale di Raicinema e Mibact. Poi per fortuna si sono aggiunti capitali francesi e britannici, più l’onnipresente Apulia Film Commission. Ma alla fine serviva un’altra spintarella. E qui scatta la polemica: «Mi dispiace dirlo, in Italia nessuna banca ha creduto in me. Avevo bisogno di “cash flow”, di un prestito, per partire con le riprese. Per fortuna ho trovato in Francia una finanziaria ben disposta» scandisce Garrone. Aggiungendo: «Peccato, avrei preferito pagare gli interessi a un istituto di credito italiano».
Del resto, con quel che costano a giornata attori del calibro di Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly, c’era poco da fare l’autore sperimentale. Infatti Garrone precisa: «Ringrazio Cannes che mi ha voluto in gara con Moretti e Sorrentino. Ma “Il racconto dei racconti” nasce per il pubblico, non per i festival. Il premio migliore è se va bene in sala». Fa gli scongiuri anche Paolo Del Brocco, capo di Raicinema, per il quale il film «è un capolavoro assoluto». Nessuno, insomma, nasconde i rischi dell’operazione, pure spiazzante, a partire dal manifesto molto hollywoodiano e pop. Ammette il regista: «Quando ho scritto il film, insieme a Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, pensavo che mi sarei molto divertito a girarlo. Non è stato così. Star impegnative, riprese complesse, location sparse, effetti speciali in post-produzione: ho temuto di restare schiacciato da questa sorta di tsunami». Invece… «Invece mi sembra che l’abbiamo sfangata».
Le cinquanta fiabe di Basile, edite a Napoli tra il 1634 e il 1636, diventano tre nella cine-riduzione, che pure dura 130 minuti. Spiega Garrone, parafrasando Benedetto Croce: «L’Italia possiede, con “Lo cunto de li cunti”, forse il più antico, ricco e poetico tra tutti i libri di fiabe popolari, tanto da aver influenzato favolisti come Perrault, Gozzi, Wieland, Andersen e gli stessi Grimm». E ancora: «Ho scelto di avvicinarmi al mondo di Basile perché ho ritrovato quella commistione fra reale e fantastico che caratterizza la mia ricerca artistica. Racchiudono gli opposti della vita: l’ordinario e lo straordinario, il semplice e l’artefatto, il regale e lo scurrile, il sublime e il sozzo, il terribile e il soave, brandelli di mitologia e torrenti di saggezza popolare».
In fondo, “Il racconto dei racconto” è una variazione barocca e sontuosa sul tema noir di “L’imbalsamatore”. Garrone, che nasce pittore e cita “I capricci” di Goya tra le fonti estetiche del film (oltre che la serie tv “Il trono di spade”), è ossessionato dal corpo umano e dalle sue mutazioni, un po’ come Cronenberg. Infatti suggerisce: «A pensarci bene Basile affronta già nel Seicento i temi della chirurgia estetica e del lifting». Di sicuro accade nel film: dove il mito dell’eterna giovinezza femminile fa i conti con la pelle raggrinzita, la bellezza dannata, la maternità negata, l’invidia tra sorelle.
E il film com’è? Sontuoso, elegante, a tratti anche un po’ noioso nell’incedere degli eventi, ma i soldi spesi si vedono tutti, i castelli turriti sono ben scelti e certo risaltano, per smalto e ricchezza, la fotografia di Peter Suschitzky, le musiche di Alexandre Desplat, i costumi di Massimo Cantini Parrini. «Io credo questo: le fiabe sono vere» sosteneva Italo Calvino con gusto del paradosso. Inutile dire che anche Garrone la pensa come lui. Ma serviva proprio l’inglese per raccontare tutto ciò?

Michele Anselmi

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