Il racconto dei racconti, tra magico e quotidiano Garrone analizza il desiderio umano

Una donna vestita in abiti circensi, tallonata da una macchina a mano che parte dalla sua ombra, ci introduce nel mondo medievale di Giambattista Basile, che, con il suo Lo Cunto de li Cunti, raccolta composta da 50 fiabe in lingua napoletana, ha influenzato Charles Perrault, i fratelli Grimm e Christian Andersen, favorendo la genesi di fiabe quali Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Il gatto con gli stivali.

Le tre fiabe selezionate per Il racconto dei racconti, La cerva fatata, La vecchia scorticata e La pulce sono tutte accomunate dalla presenza di figure femminili di differente età e dall’ossessione di Matteo Garrone per la pelle, che trova ulteriore conferma in questo suo ultimo film. Nel primo episodio una regina è disperata perchè non riesce ad avere figli. Su consiglio di un negromante, mangia il cuore di un drago marino cucinato da una vergine. Il secondo episodio è incentrato su un re innamorato di una vecchia donna di cui non conosce l’aspetto. Infine, l’ultima fiaba racconta di un re che cattura una pulce e ne fa il suo animale domestico.

Il doppio è uno dei temi centrali del film. Le continue dicotomie tra l’ordinario e lo straordinario, il magico e il quotidiano, l’artigianale e l’artefatto, la luce e il buio attestano l’interesse di Garrone nei confronti della commistione tra reale e fantastico che ha sempre caratterizzato la sua ricerca artistica. Il racconto dei racconti trova le sue radici nei desideri umani spinti all’estremo fino al famigerato punto di non ritorno. Si racconta del debole confine che separa la fiaba dalla realtà e di quanto sia ingenuo e pericoloso modificare il corso della vita perchè ad ogni azione corrisponde sempre una reazione. Denso di riferimenti pittorici, si va da I capricci di Goya a suggestioni rembrandtiane e preraffaellite, ogni episodio del film è caratterizzato da tonalità cromatiche differenti che sembrano riflettere il carattere e i desideri dei suoi personaggi.

Come in Reality, anche in quest’ultimo lavoro il regista ha posto la lente d’ingrandimento sui personaggi, osservati al microscopio con l’interesse di un entomologo. L’ultima sequenza, tanto affascinante quanto irrisolta, chiude con l’immagine iconica di un circense che cammina sospeso su una fune che va a fuoco. È questo il terribile gioco della vita. Le infrazioni non sono ammesse.

Ogni opera del regista romano sembra essere un mondo a sé stante, dotato di vita propria. Reality iniziava con un piano sequenza in cui la macchina da presa ci conduceva nel bel mezzo di un matrimonio dai richiami felliniani e terminava con una carrellata all’indietro da un punto di vista divino che mostrava il personaggio principale immerso nel vortice delle proprie fantasie.
Il racconto dei racconti, allo stesso modo, ha condotto lo spettatore alle radici del mistero della vita, variando tra amore e morte, senza mai abbandonare il tono funereo e pessimista che lo caratterizza dall’inizio.

Matteo Marescalco

Lascia un commento