Forza maggiore. Disfacimento di famiglia in campo lungo

Una famiglia svedese si trova in vacanza sulle Alpi Francesi per una tranquilla settimana bianca. La moglie Ebba spera che le ferie distolgano il marito Tomas dal lavoro e dal cellulare. Una valanga, in verità poco minacciosa, li distoglierà dal relax e metterà a repentaglio il rapporto coniugale fra i due sin dai primi momenti in cui la famiglia torna alle proprie attività.

Ebba infatti incolpa Tomas di essere fuggito, nel momento di potenziale pericolo, senza preoccuparsi di tenere al sicuro la famiglia. Tomas inizialmente nega e minimizza con l’aiuto dell’amico. Ma presto si renderà conto, grazie all’ausilio di una registrazione video sul proprio telefono, che è realmente l’uomo che la moglie dipinge davanti agli amici e conoscenti dell’albergo. Tomas si ritrova a fare i conti con il proprio ruolo di padre e uomo, autodefinendosi vittima dei propri istinti, in una lunghissima scena di pianto fra il drammatico e il comico grottesco. Sono molte le occasioni per mettere i personaggi in situazioni comiche, ma mai fino in fondo, perché il dramma qui è in primo piano e la crisi di Tomas e Ebba è così potente da riuscire a proiettare la propria ombra persino sulla coppia di amici. Nonostante il finale corale e apparentemente risolutivo, l’impressione è di trovarci davanti a una decomposizione definitiva del sistema di ruoli familiari che si era stabilito in principio.

Lo svedese Ruben Östlund, qui al suo primo lungometraggio, esce vincitore nella rappresentazione psicologica e sociale dei ruoli cardini della famiglia d’ultima generazione, intavolando un discorso didascalico, ma per niente moralistico. Il tutto all’interno di una cornice cinematografica distante dai personaggi, fatta di campi lunghi ed ellissi temporali, che con i suoi scenari si presta incredibilmente alla descrizione, evocativamente svuotata, di alcuni momenti decisivi di un matrimonio. Lo sguardo della cinepresa su questi personaggi è lontano, ma non li congela così tanto come accade, ad esempio, nel cinema di Lars von Trier, anzi inquadra meglio il contesto d’insieme, creando un filtro ironico, ma non per questo così tanto disperato e nichilista da lasciare soltanto spazio al puro esercizio di stile.

Furio Spinosi

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