Calvario: via crucis di un prete di campagna (irlandese)

– La prima volta che ho assaggiato lo sperma avevo sette anni… non ha niente da dire?
– È senz’altro un incipit sorprendente…
Queste le prime battute di Calvario di John Michael McDonagh. Un inizio ad effetto, in un certo senso meta-cinematografico, come se il regista si gongolasse di una partenza così sfacciata e scioccante. Una battuta che ci conduce subito in medias res, in un confessionale in cui un uomo annuncia al sacerdote che la domenica successiva lo ucciderà. La colpa del reverendo James? Nessuna. L’uomo, peccatore e vittima di abusi in tenera età, vendicherà quel che è e ciò che ha subìto (e segnato la sua vita) su Padre James, agnello sacrificale chiamato a lavare le colpe altrui, per di più di vecchia data…

Ambientato nelle periferiche e verdeggianti campagne irlandesi come il precedente Un poliziotto da happy hour (2011) e vietato in Italia agli under 14, Calvario ha una grande idea alla base, veicolo verso una riflessione sul peccato e sul prossimo, sulla vendetta e sulla redenzione. Un’idea che si sviluppa giorno dopo giorno, per sette giorni, da domenica a domenica. Se in sette giorni Dio ha creato il mondo, John Michael McDonagh distrugge l’uomo. O almeno fa quel che può.
Ad interpretare Padre James un preciso Brendan Gleeson, già protagonista del film d’esordio del regista londinese. Padre James è il capro espiatorio di turno, un Gesù moderno il cui sangue, forse, serve a lavare via non i peccati dell’umanità, quanto i rancori di un singolo uomo.

Intorno al reverendo, allo stesso tempo, dunque, povero diavolo e povero Cristo, una manciata di personaggi diabolici, veri diavoli tentatori: c’è chi tenta il suicidio, chi picchia la moglie, chi istiga al tradimento, chi piscia sull’arte, chi sfida per il puro gusto di farlo. Un’umanità lontana dalla retta via nella quale Padre James è allo stesso tempo buon pastore e pecorella smarrita, pecora bianca in un gregge nero moralmente.
Calvario, quindi, non è un film sulla o contro la religione, né tanto meno un’opera che mette in croce la Chiesa, come ci si potrebbe aspettare prima dei titoli d’inizio. Ma una riflessione sull’uomo, su quel lato oscuro che spesso tende a prevalere in ognuno di noi.

Non che tutto il film mantenga l’alta tensione suscitata dall’incipit, anzi la pellicola si siede più volte (a tavolino) rasentando la stasi, così come gli intenti si dimostrano sin da subito piuttosto programmatici. Ma il tono, pur dietro l’irriverenza dei personaggi e di molte battute, ha il pregio di non virare verso il grottesco, rimanendo sulla soglia di una black comedy che di comedy e da ridere ha ben poco.

Tommaso Tronconi
(Onesto e spietato)

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