Leviathan, l’animale più pericoloso è l’uomo

Kolia, ex militare, è un meccanico e vive in una casetta sul Mare di Barents, nel nord della Russia, insieme al figlio adolescente e la seconda moglie, giovane e bella. Nonostante l’aiuto di un amico avvocato ed ex camerata di Mosca, Dmitriy, il suo destino sembra essere quello della rovina totale. Non ne vuole sapere di lasciare i suoi luoghi nelle mani di un sindaco avido e corrotto, ma vi sarà costretto a causa di alcune nuove vicende, slegate dal prologo, che lo riguarderanno molto da vicino. Si catapultano dunque su questo Giobbe moderno le disgrazie di biblica memoria citate esplicitamente nel film, ma senza redenzione e speranza alcuna.

Andrey Zvyagintsev, al suo quarto film, dopo il Leone d’oro ottenuto nel 2003 con Il ritorno, torna a stringere la morsa sulla famiglia, anche qui problematica e disgregata. Ma l’inquadratura, pur regalandoci i sublimi scorci desolanti e desolati a cui il regista ci ha abituati sin dai suoi esordi, amplia il discorso verso un dibattito anche di natura sociopolitica. Il Dio, la Chiesa ortodossa collusa, le armi e l’alcol onnipresenti nel film fanno presupporre proprio questo, istituendo una stoccata micidiale alla patria del cineasta. Che questo Leviatano sia lo stesso Stato mostruoso dell’opera filosofica di Hobbes non ci sono dubbi, tuttavia il film, specie nel suo secondo atto non viene appesantito da questi richiami più tipici del cine-pamphlet impegnato, quindi va trasformandosi in un lavoro dai toni più da giallo e universalmente tragici. Sarà forse questo il motivo per cui il film ha vinto il Golden Globe, il premio come miglior sceneggiatura a Cannes ed era stato selezionato come miglior film straniero agli Oscar? Noi crediamo di sì. Poco importa, perché la pellicola di Zvyagintsev è magnifica e fa rimpiangere sempre di più la penuria di distribuzione russa nel nostro Bel Paese.

Furio Spinosi

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