“YOUTH” O L’ARTE DEL SAPER INVECCHIARE SECONDO PAOLO SORRENTINO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

L’ultra novantenne Arnoldo Foà, nelle asprigne interviste che rilasciava prima di morire, diceva che alla sua età «ogni pisciata riuscita è un giorno di festa». Ed Ettore Scola, di tre lustri più giovane, ama ripetere con rarefatto cinismo che «da vecchi ci si commuove anche per una cotoletta ben fatta». In fondo non sono poi tanto diversi i due protagonisti di “Youth – La giovinezza”, opus. n. 7 di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes il 20 maggio e subito nelle sale italiane targato Medusa.
Non è«il film piccolo, contenuto, minimalista, una storia di amicizia» di cui parla alla stampa il regista napoletano, classe 1970, premio Oscar per “La grande bellezza”. Certo sarà un caso che faccia rima con “La giovinezza”, come semplifica, eliminando il sostantivo anglofono, il titolo della sceneggiatura pubblicata da Rizzoli. Girato in inglese, forte di un cast british-american che annovera divi del calibro di Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano e Jane Fonda, il film doveva chiamarsi “In the Future”, ma poi, mantenendo il piccolo paradosso legato all’età del protagonista, s’è preferito puntare sulla giovinezza.
Sul manifesto, che suona quasi come una rielaborazione maliziosa del tema biblico di “Susanna e i Vecchioni” caro a pittori come Reni, Rubens e Tintoretto, vediamo i vegliardi Caine e Keitel immersi in una lussuosa piscina d’acqua calda, storditi dalla bellezza prorompente, offerta loro impudicamente, di Madalina Ghenea, nella finzione Miss Universo.
Tutto accade in un prestigioso albergo per ricchi ai piedi delle Alpi, versante svizzero. Nella primavera che anticipa l’estate, sotto le cime ancora innevate, l’ottantenne compositore inglese Fred Ballinger trascorre una vacanza insieme all’infelice figlia Lena e al quasi coetaneo Mick Boyle, un regista americano alle prese col copione di un film, forse l’ultimo, una sorta di testamento spirituale. I due sorridono dei comuni problemi di prostata, legati da un’amicizia sincera che esorcizza gli spifferi della morte. Tra escursioni ad alta quota, nuotate in piscina, cocktail ai tavoli, massaggi e qualche esame clinico, Ballinger osserva con quieta rassegnazione quanto sta vivendo in quel posto in cui si ostina a tornare, perché gli fu caro e lo rese felice (vi andava con la moglie cantante Melanie, probabilmente sepolta a Venezia).
Da Londra è volato fin lì un messo della regina per convincere Ballinger a dirigere un concerto a Buckingham Palace, preferibilmente i suoi “Simple Songs”. Ma il vecchio recalcitra, la musica non gli manca, benché ne trovi tracce nel suono prodotto da una carta per caramelle o nei campanacci delle vacche al pascolo. «La monarchia fa sempre tenerezza, perché è vulnerabile. Basta eliminare una sola persona e il mondo di colpo cambia, come nei matrimoni» scandisce ironico al rompiscatole venuto per convincerlo, ribadendo il suo no per «motivi personali».
Boyle, invece, avrebbe ancora voglia di inventare storie, di fare cinema, di corteggiare le donne. Con cinque giovani sceneggiatori un po’ fessacchiotti, sta scrivendo quel film cruciale, diciamo vitale, pensato per una star che amò, con la quale ha lavorato a lungo. Ma Brenda Morel, incapace di sopportare le offese dell’età e ancora conciata come Marilyn nonostante le rughe, forse ha altro per la testa…
Scrive Sorrentino nella sceneggiatura-romanzo: «In mezzo ai fumi delle saune e dei bagni turchi, corpi nudi di tutte le età sembrano morti e abbandonati, in controluce, al caldo e al sudore. Corpi tonici e lucidi, corpi abbondanti e rotondi, corpi vecchissimi e sfasciati. Così è fatta la fatica del benessere. Così alcuni provano ad allungare il futuro o a inseguire goffamente il passato della giovinezza».

“Youth – La giovinezza” è certamente un film personale, a suo modo autobiografico, quasi un esorcismo stoico. Sorrentino avrebbe infatti congegnato questa storia senile per curare la sua «ossessione aritmetica» di contare gli anni che gli restano da vivere. Smarrimento e malinconia, per quanto contraddetti dall’arguto sarcasmo esibito nelle chiacchiere, possono impedirci di provare a vivere ancora? No. C’è sempre un futuro, corto o lungo che sia: questo suggerisce il regista al termine di 118 minuti, complici la fotografia smaltata di Luca Bigazzi, le nenie ipnotiche di David Lang, i costumi di Carlo Poggioli.
Magari, a integrare la prospettiva positiva della vicenda, pure trapunta di qualche tragico colpo di scena, avrebbe giovato a Sorrentino scorrere il veloce saggio del filosofo tedesco Wilhelm Schmid “Serenità. L’arte di saper invecchiare”. Dove si ricorda che «se l’ars vivendi implica la consapevolezza della propria mortalità, accettarla porta ad abbracciare la vita nella pienezza delle sue stagioni. Primavera, estate, autunno, inverno. Infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia».
In ogni caso, “Youth – La giovinezza” è un film tra i più attesi di questa stagione italiana, non solo perché viene dopo l’Oscar. Sorrentino, già impegnato con una serie tv, protagonista Jude Law, intitolata “The Young Pope”, l’ha scritto in solitudine, come distillandovi dentro, spartendosi emotivamente tra Fred e Mick, ovvero il musicista e il regista, qualcosa di sé, anche in chiave autobiografica. Un certo gusto per l’aforisma brillante che chiama il sorriso; la riflessione sul tempo che cancella perfino il ricordo dei genitori; il dilemma tra il raccontare, al cinema, l’orrore o il desiderio; la forza penetrante della tv, che non è solo il futuro di tanti cineasti ma anche il presente; il buddhista che alla fine levita davvero; l’idea che siamo solo comparse nel lungo film della vita…
Il tutto, s’intende, “alla maniera” di Sorrentino, padroneggiando la materia sul piano di un estetismo meditato, ammirevole, geometrico, ma senza l’energia divisiva e vitale di “La grande bellezza”, con qualche lenocinio stilistico di troppo, un che di artificioso/faticoso. Fioccano citazioni erudite da Stravinskij e Novalis; la “la popstar Paloma Faith appare nel ruolo di se stessa; tre incubi fantasiosi cuciti addosso ai personaggi (due belli, uno inutilmente felliniano) fanno da contrappunto al realismo minimalista; un simil-Maradona espanso e malinconico, con enorme tatuaggio di Marx sulla schiena, rinvia a una meditazione sulla caducità delle icone pop.
Cappellini di tweed alla Clouseau, completi di ottima sartoria, chioma folta candida dietro le orecchie, Michael Caine, doppiato nella versione italiana da Dario Penne, orchestra battute affilate sulla vecchiezza in linea con la presunta “apatia” diagnosticata dai medici. Già in “Mister Morgan”, due anni fa, s’era cimentato con un anziano in bilico tra depressione fonda e rinascita inattesa; ma si vede che il Fred Ballinger pensato da Sorrentino gli piace proprio, e un po’ se lo cuce addosso, a un passo dall’istrionismo. Volendo, viene da pensare a Sean Connery di “Cinque giorni una estate”, a Claude Rich di “Nel profondo paese straniero”, a John Gielgud di “Providence”.

Michele Anselmi

Lascia un commento