Non basta ricordare

Il 23 maggio in tutta Italia è stata la giornata del ricordo della strage di Capaci. Non ho conosciuto il giudice Falcone né il suo collega Borsellino, ma ho avuto l’occasione di respirare l’aria della mafia, avendo realizzato in Sicilia tre film nel corso di un decennio (Marianna ucria, Alla luce del sole e I Vicerè). Non che lavorare in Sicilia significhi per forza entrare in contatto con la mafia. Può accadere però, se entri nel suo territorio. A me è accaduto durante la lavorazione di Alla luce del sole, il film sull’assassinio di Don Puglisi, ambientato a Brancaccio. La cosa che mi ha colpito di più durante la lavorazione (effettuata a distanza esattamente di 10 anni dalla strage di Capaci) è la difesa della mafia da parte di tantissimi ragazzi. I due collaboratori più vicini a Don Puglisi, il suo viceparroco Gregorio Porcaro, e la direttrice del Centro Padrenostro Suor Carolina, mi avevano raccontato che poche ore dopo la strage di Capaci era sfrecciato per le vie di Brancaccio una specie di rodeo di motorini, inneggiando agli assassini e gridando “Wiva la mafia”. Evento allucinante che ho poi inserito in una scena del film. Devo dire che all’inizio il racconto mi era parso un’esagerazione poco credibile, ma quando poi durante le riprese del film ci siamo messi a intervistare molti ragazzi di Bagheria e di Brancaccio, ho verificato anche di peggio. Molti di questi ragazzi quando sentivano i nomi di Borsellino e Falcone lanciavano contro di loro le peggio maledizioni, ritenendoli responsabili delle loro miserie, perché i giudici mettevano in galera i loro genitori. Abbiamo documentato queste reazioni in un documentario che evidenziava come per molti di loro lo stato fosse il nemico e la mafia l’amico. “Siamo noi –dicevano i fratelli Graviano, i boss di Brancaccio responsabili dell’assassinio di Don Puglisi- a garantire pane e lavoro, non lo stato italiano, non la chiesa, non i giudici, non le forze dell’ordine. Non occorre essere dei sociologi per capire che dove non c’è lavoro, c’è la miseria e dove è miseria germoglia il malaffare. E’ dove lo stato è assente o fragile che dilaga la pianta dell’illegalità. Ecco perché sono convinto che prima di parlare di legalità dobbiamo parlare di lavoro per gli adulti, ma ancora prima di educazione per i figli. Racconto un altro piccolo esempio. Poche settimane fa, mi trovavo a Palermo nei pressi del teatro Massimo. Vedo passare impunemente, davanti a una pattuglia della polizia, decine di motorini guidati da ragazzi senza casco, alcuni in tre sullo stesso sellino. Mi avvicino alla pattuglia e dico: scusate, ma tutti ’sti ragazzini senza casco preché non li fermate? I poliziotti mi guardano male e poi mi rispondono: “Siamo a Palermo”. Me ne sono andato, pensando che se avessi insistito magari arrestavano me… Sono piccoli episodi come questi a dare il senso di quanto è diffusa e profonda l’illegalità, che è qualcosa di molto peggio della mafia, la quale oggi esiste in misura molto minore, essendosi trasferita ai piani alti della società, vedi l’inchiesta romana “Mafia capitale”. Il quesito che dobbiamo porci è che fare? Bisogna cominciare dalla scuola. Dai più piccoli. Con i grandi -diceva Don Puglisi- la partita è perduta. E’ dalla scuola che dobbiamo partire per ricostruire il senso sociale. Preché il paese oggi necessita di una profonda ricostruzione morale. Senza la quale, importanti iniziative rischiano di fermarsi alla memoria e al ricordo, necessari e utili, ma non sufficienti. La scuola italiana è il territorio dove seminare. Essendo abituato a frequentare spesso l’ambiente scolastico, dove il più delle volte porto i miei film, mi rendo conto di quanto lavoro c’è da fare. Ogni volto che esco da un incontro con i ragazzi, avverto la certezza che noi adulti facciamo troppo poco. C’è nei giovani una sete di sapere che non sappiamo nutrire e alimentare. Troppo spesso li lasciamo crescere senza un ideale, senza un obiettivo, senza un senso della socialità. Falcone, Borsellino, Don Puglisi e tanti altri hanno dato la vita per questi motivi. Ogni volta che penso ai loro sacrifici, mi chiedo: ma io che posso andare in giro libero e tranquillo, mi rendo conto che lo devo a uomini e donne come loro? Questa stessa domanda la dobbiamo fare ai nostri giovani non una volta all’anno, in occasione delle commemorazioni, ma ogni giorno e perché no? anche più di una volta al giorno. So bene che questi sono discorsi tipici delle minoranze, di fronte ai quali la maggioranza del paese resta indifferente. Ho letto da poco un saggio illuminante del mio amico e compagno di scuola Gustavo Zagrebelski, dedicato a Delitto e castigo. Esponendo la teoria di Raskòlnikov, Dostoevskij ci racconta che le maggioranze sono storicamente sempre vincenti nel presente preché conservatrici, ma perdenti nel futuro. Le minoranze al contrario sono deboli nel presente, ma innovatrici e vincenti nel futuro. Cioè domani. Ecco perché abbiamo di che sperare.

Roberto Faenza

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