CANNES 2015 NON PREMIA l’ITALIA: PER FAVORE NIENTE LAGNE CINE-PATRIOTTICHE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Un po’ di sobrietà, per cortesia. “Disfatta”, “beffa”, “a bocca asciutta”, “uno schiaffo”, “a mani vuote”, “la grande amarezza”, “la grande tristezza”, eccetera: così i titoli di agenzie di stampa, tg e giornali dopo il verdetto di Cannes 2015. La giuria presieduta dai fratelli Coen non ha preso in considerazione, nel palmarès finale, nessuno dei tre titoli italiani in gara, che erano “Mia madre” di Nanni Moretti, “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone e “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino. E allora? Dov’è lo scandalo? Perché saremmo stati addirittura oltraggiati?

A Garrone e Sorrentino andò bene nel 2008, con “Gomorra” e “Il Divo”, giustamente premiati entrambi (c’era Sergio Castellitto in giuria); Moretti vinse nel 2001 la Palma d’oro con “La stanza del figlio” (c’era in giuria Mimmo Calopresti). Capita ai festival, specie se non abbiamo, appunto, un amico leale capace di difendere dall’interno i colori nazionali. La controprova? La Mostra di Venezia del 2013: quando il presidente di giuria Bernardo Bertolucci consegnò il Leone d’oro e qualche altro premio a cineasti italiani, con qualche forzatura.

Lode allora al ministro Dario Franceschini, che a fine cerimonia – era presente in sala – ha twittato: «Cannes è un grande Festival anche quando gli italiani non vincono. Un dovere essere qui: Francia e Italia sono insieme il cinema europeo». Diciamo la verità: il cine-patriottismo, esercizio lagnoso e legnoso nel quale siamo particolarmente ferrati, non porta a nulla. Chi scrive considera i tre film tricolori in gara a Cannes non proprio riusciti: per motivi diversi e certo discutibili. Ma gli applausi in sala, le recensioni internazionali o le vendite all’estero non possono rappresentare un criterio di giudizio per la giuria. Stavolta Marco Giusti ha ragione quando commenta su Dagosopia: «Il più compatto, cioè “Mia madre”, era anche il più antico come stile e tema; il più coraggioso e interessante, cioè “Il racconto dei racconti”, era anche il più fragile nella costruzione del racconto; quello che doveva essere il più forte e il più sicuro sulla carta, cioè “Youth”, offriva grandi prove d’attore a Michael Caine e a Harvey Keitel, ma si perdeva in qualche estetismo di troppo che una giuria come questa non poteva perdonare». In ogni caso, “Youth” è l’unico partito bene al botteghino italico: quasi 3 milioni in cinque giorni, mentre gli altri due ristagnano.

Poi certo si possono capire i commenti dispiaciuti di Giampaolo Letta, Paolo Del Brocco e Riccardo Tozzi, rispettivamente amministratore delegato di Medusa, di Raicinema e presidente dell’Anica. Specialmente di Tozzi, scottatosi più di una volta ai festival in veste di produttore, è onesto nel ricordare appunto «che avere molti film in concorso ma non un italiano in giuria è una situazione rischiosa». Già. Proprio così.

Come probabilmente sapete, la Palma d’oro è andata a “Deephan” del francese Jacques Audiard. Il film racconta l’avventuroso percorso di un ex guerrigliero Tamil dello Sri Lanka che per ottenere l’asilo politico in Francia accetta di formare una famiglia “finta” con una giovane donna e una bambina di nove anni, facendo propri i documenti di tre persone morte in guerra. Altri riconoscimenti: Grand Prix a “Il figlio di Saul”, esordio del trentottenne ungherese László Nemes; migliore regista il taiwanese Hou Hsiao-Hsien per “The Assassin”; miglior attore il francese Vincent Lindon per “La loi du marché”; migliori attrice ex-aequo la francese Emmanuelle Bercot per “Mon roi” e l’americana Rooney Mara per “Carol”; Prix de la Jury a “The Lobster” del greco Yorgos Lanthimos; migliore sceneggiatura al messicano Michel Franco per “Chronic”.
Giusti? Sbagliati? Difficile rispondere, tanto più non avendoli visti; ma forse non serve nemmeno fare le pulci a giochi finiti. La giuria è sovrana, sempre, comunque, anche quando sbaglia o prende cantonate. E d’altro canto: se la Francia stavolta ride, pare difficile accusare i fratelli Coen, pur di casa a Cannes, di aver cucinato un verdetto finale fatto apposta per onorare i padroni di casa.

Michele Anselmi

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