UNA STORIA SBAGLIATA: PASOLINI NON C’ENTRA, TAVARELLI VA IN IRAQ

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Prendere una famosa canzone di Fabrizio De André sulla morte di Pasolini, appunto “Una storia sbagliata”, per raccontare un’altra storia, altrettanto “sbagliata” secondo il regista, che invece si confronta con la seconda guerra in Iraq, la determinazione dei kamikaze islamisti, le missioni di pace e i lutti da elaborare, il tutto visto da un’inedita prospettiva femminile. Conta il titolo della canzone, pare di capire, anche se se ne sentiamo un frammento intonato a mo’ di karaoke, in una sera di festa, dai due protagonisti, Stefania e Roberto, incarnati da Isabella Ragonese e Francesco Scianna. Nelle sale dal 4 giugno in una quarantina di copie e in rete con la piattaforma MyMovies, il film di Gianluca Maria Tavarelli, girato in Tunisia nel novembre 2013 ben prima del massacro al museo del Bardo, dissemina indizi, fa pensare alle motivazioni più spurie, bluffa un po’ con la scansione temporale, in modo da ingenerare nello spettatore una sorta di irrequietezza progressiva, esistenziale.
Classe 1964, torinese, in bilico tra cinema e tv, il regista spiega:
«Lo sceneggiatore Ugo Pirro diceva che per fare un film si deve partire da un’immagine. Per me quell’immagine è un’auto che corre nel deserto alla ricerca di una risposta». Il deserto iracheno, dalle parti di Nassirya, nella base dove morirono nel 2003 tanti italiani, fa da sfondo al viaggio doloroso della trentenne Stefania. Lei ha un obiettivo in testa, lucido quanto irresponsabile, lo scopriremo strada facendo; e intanto, per avvicinarsi allo scopo, s’è aggregata a un’équipe di medici e infermieri italiani che operano bambini iracheni sfregiati dal “labbro leporino”, per restituire loro il sorriso. Quasi una “lettera scarlatta” da quelle parti, che condanna all’isolamento sociale, al ripudio perenne. Nella base che fu italiana e ora è gestita dagli americani, Stefania partecipa ai meccanismi di selezione (non tutti i bambini possono essere “salvati”), ma il suo sguardo duro, restio a ogni forma di pietà, ci dice che lei è lì, appunto, per un altro motivo.
E intanto, nell’andirivieni temporale che spiazza e confonde, assistiamo a scene del suo matrimonio con Roberto, un bel giovanotto siciliano come lei, soldato di mestiere e spesso in missione all’estero, in luoghi pericolosi. Cresciuti a Gela, che fu una sorta di Eldorado industriale e oggi dispensa miasmi, veleni e malattie, i due si amano, sono belli, progettano forse di avere un figlio, cercano una casa. Ma un’ombra grava sul rapporto: lei non capisce che cosa sta succedendo, pensa ad un’altra donna; lui è roso da un pensiero ossessivo, dalla voglia di ripartire verso altri fronti, pur conoscendo i rischi.
Dice Tavarelli: «L’idea è nata anni fa, dopo un viaggio in Iraq. Ma penso che solo la figura di una donna potesse restituire il messaggio che intendevo dare, nelle sue molteplici sfaccettature. Il film è un tentativo di esplorare questi territori attraverso una storia privata».

Avrete capito che “Una storia sbagliata” nasconde un cuore drammaturgico che si svela poco a poco attraverso l’incontro di Stefania con un giovane iracheno, Khaleed, sopravvissuto miracolosamente a un attentato terroristico suicida e ora chiamato a far da traduttore nell’avamposto sanitario. A lui, interpretato da Mehdi Dehbi, l’italiana si rivolge, pronta a pagare e ad indossare lo “hijab” per coprire il viso, in modo da poter uscire dalla base, alla ricerca di un misterioso uomo che vuole assolutamente incontrare.
Siamo un po’ dalle parti di “20 sigarette”, il film di Aureliano Amedei con Vinicio Marchioni che prendeva spunto proprio dalla strage di Nassirya per raccontare il lento ritorno alla vita di un sopravvissuto; anche se qui Tavarelli assume punti di vista diversi per dirci, a proposito di guerre, menomazioni, costumi e popoli, quale spazio enorme ci sia «tra quello che pensiamo di sapere e quello che invece non sappiamo, tra quello che altrove ci somiglia e quello che non è affatto simile a noi».
Naturalmente “Una storia sbagliata” si distacca a dai moduli in voga nel cinema italiano attuale, a partire dall’ambientazione: esotica e terribile insieme. Va dato atto a Carlo Degli Esposti, produttore del Montalbano televisivo e di film come “Noi credevamo” e “Il giovane favoloso”, di credere in progetti non convenzionali o esclusivamente legati alla commedia. Girato in economia ma senza risultare misero, pure tra qualche insidia legata ai posti non proprio tranquilli ai confini tra Tunisia e Algeria (la piccola troupe ha avuto bisogno anche di una scorta), il film smonta qualche luogo comune sulle missioni umanitarie e fa della protagonista una specie di “vendicatrice”. Certo c’è poco da sorridere. Semmai i difetti del film sono altrove: in una recitazione non sempre calibrata, anche nel contesto italiano; in frammenti di dialogo che suonano un po’ didascalici; nell’inverosimiglianza di alcuni gesti di Stefania, specie quando si immerge nei quartieri iracheni alla ricerca del suo “uomo”.
Le citazioni disseminate qua e là, da “I soliti ignoti” a “Il postino suona sempre due volte” passando per “The Hurt Locker” e “Oltre le regole – The Messenger”, si possono cogliere o no, e va benissimo, fa parte del gioco; semmai lo srotolarsi della vicenda, scritta dal regista insieme a Leonardo Fasoli e Angelo Carbone, si avvia sul piano inclinato di una quieta “pacificazione” in chiave muliebre che scalda i cuori ma suona improbabile.

In attesa di vederla nella nuova commedia di Sergio Rubini dopo aver interpretato la sorella di Leopardi nel “Giovane favoloso”, la palermitana Isabella Ragonese possiede una grazia vulnerabile, a tratti intenerita, pur nella fierezza sicula, che le permette di incarnare personaggi diversi sempre con buoni risultati. Anche il velo islamico le dona, il suo viso incorniciato dalla stoffa nera non perde di espressività o risulta avvilito, anzi emerge come ritagliato da un medaglione antico. Mentre Francesco Scianna, già infaticabile “latin lover” per Cristina Comencini, si diverte a parafrasare il Ferribotte di Monicelli scandendo il celebre adagio: «Femmina piccante, pigghiala per amante. Femmina cuciniera, pigghiala per mugliera».

Michele Anselmi

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