“LO STATO NON FA ABBASTANZA PER IL CINEMA”. LA SOLITA ZUPPA DEI REGISTI FAMOSI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il nuovo tormentone dei registi-star? «L’Italia non fa abbastanza per il cinema». Il concetto è declinato con stili diversi, ma sempre lì si va a parare. Paolo Sorrentino, tornato dalla Croisette, elogia il solito modello francese e ammonisce sul “Corriere della Sera: «Bisognerebbe che tutti, la politica, l’industria, il Paese intero, facessero quadrato intorno al cinema. Noi non abbiamo i pozzi di petrolio ma un cinema che si fa conoscere all’estero e che conquista anche qualche riconoscimento». Nanni Moretti scandisce a Cannes: «Sono contento che ci siano tre film in concorso. Ma mi sembrano il frutto di iniziative individuali, di singoli registi e produttori, non di un fermento generale del nostro cinema. Mi pare che il clima intorno al cinema italiano, che sia fenomeno industriale o artistico, sia distratto». Matteo Garrone almeno ringrazia il ministero ai Beni culturali per aver contribuito con 1 milione di euro tondo tondo al suo film sfortunato al botteghino e non si avventura, per ora, in polemiche lezioncine.
Pensare che sono tre cineasti fortunati, ricchi, riveriti. Girano i film che vogliono senza dover patire ritardi o pressioni, il Mibact li finanzia volentieri in modo diretto o indiretto, trovano facilmente partner europei, orchestrano budget consistenti, fin troppo: 12 milioni è costato “Il racconto dei racconti”, 10 “Youth – La giovinezza”, 7 “Mia madre”. Eppure sono preoccupati. La politica farebbe poco per il cinema. Tanto è vero che, facendosi fotografare a mo’ di squadra, hanno addirittura sancito in un comunicato congiunto, quasi a dare la linea: «Ci auguriamo che la nostra presenza a Cannes possa essere uno stimolo per tanti altri registi italiani che cercano strade meno ovvie e convenzionali». Meno ovvie e convenzionali delle loro? O hanno scritto maluccio?
La solita lagna, sia pure rivestita di ardore civile e culturale, di interventismo carismatico. Perché tutto si può dire del governo Renzi, ma non che maltratti il cinema, non fosse altro per note vicinanze/consonanze.
Molto notato a Cannes, il ministro Dario Franceschini ha dato ragione a Moretti un minuto dopo (perché?), assicurando subito dopo che «ora le cose stanno cambiando». Poteva evitare la sciagurata locuzione “fare sistema” cara a tutti i ministri che l’hanno preceduto, di destra e sinistra, ma in effetti, date le condizioni economiche, i nostri film d’autore sono aiutati, eccome. Se poi non prendono premi e soprattutto incassano poco (sta andando bene solo “Youth – La giovinezza”), è un altro discorso. Nel 2014, tra Fus e tax-credit, il governo ha investito 202 milioni alla voce cinema; gli sgravi fiscali, nel futuro, ammonteranno a 110 milioni all’anno; gli americani, anche grazie a quegli sgravi, sono tornati a girare qui; fioccano finanziamenti per il recupero delle sale “storiche”; pure la tribolata riforma scolastica sfodera un capitolo dedicato al cinema.
Francamente non si notano distrazioni e sottovalutazioni. Poi certo si può far meglio. In ogni caso i mass-media fanno il tifo, hanno alzato il volume in chiave cine-patriottica, lamentando presunti oltraggi e schiaffi e beffe da parte della giuria di Cannes. Ce ne fosse uno, tra i nostri registi di grido, pronto a ricordare un semplice dato: l’anno scorso in Italia sono stati realizzati 201 lungometraggi. Tanti, troppi, perlopiù inutili, destinati a restare in qualche cassetto o ad uscire per tre giorni a giugno.

Michele Anselmi

Lascia un commento