“THE SALVATION”: ARRIVA IL WESTERN ALLA DANESE , MA SEMBRA UN FUMETTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Noi italiani, nei primi anni Sessanta, giravamo i film western, detti “spaghetti” con qualche ragione, dalle parti di Manziana, alto Lazio, o se possibile in Almeria, Spagna, dove c’era un villaggio bell’e pronto. Gli americani oggi preferiscono volare in Romania, specie se c’è da ricostruire la Guerra civile come in “Ritorno a Cold Mountain” e nella miniserie tv “Hatfields & McCoys”; oppure riparano in Canada nello Stato di Alberta se va in scena la dura vita dei cowboy. I danesi, ultimi arrivati, scelgono ora, sempre per risparmiare sul budget, le brulle praterie del Sudafrica. Succede in “The Salvation”, in sala dall’11 giugno, nel quale Kristian Levring, già animatore di Dogma 95, ripudia il controverso decalogo per divertirsi a orchestrare un western stereotipato, fortemente stilizzato ed estetizzante, con punte di violenta graphic novel.

Da qualche parte nel Far West, 1871. Il danese Jon, arrivato sette anni prima dall’Europa col fratello dopo aver combattuto i tedeschi, fa appena in tempo a riabbracciare moglie e figlioletto che subito li vede morire per mano di un avanzo di galera e di un suo compare. L’immigrato fredda il tagliagole senza sapere che è il fratello di un ex colonnello, tal Delerue, che spadroneggia a Black Creek, per conto di una compagnia petrolifera. La sanguinosa resa dei conti comincia.
Diciamo la verità: il contesto storico è solo un pretesto, pure vago, l’avidità paleocapitalistica legata all’oro nero serve per apparecchiare una storia di vendetta che pesca nel serbatoio del genere: il sindaco corrotto, gli agricoltori vessati, la dama sensuale e indomita (pure muta e sfregiata), il vilain in spolverino rosso e speroni sfrigolanti, il fratello buono torturato orrendamente, frasi scolpite nell’epica militare della Frontiera del tipo: «Non iniziare mai una battaglia se sai che la perderai».
Smessi i panni del giovane Hannibal Lecter, il danese Mads Mikkelsen possiede la faccia e i capelli giusti, un po’ alla Viggo Mortensen, infatti cavalca e impugna il Winchester con la perizia degli attori emigrati a Hollywood, parla quel poco che basta per lasciare il discorso alle pallottole. La sempre notevole Eva Green stavolta non mostra le tette però se la passa male e finirebbe peggio se… Il barbuto Jeffrey Dean Morgan gioca a fare il sadico, il cattivo a tutto tondo che spara anche alle vecchiette e ai poveri contadini per il gusto di spargere terrore in città. In ruoli minori, diciamo “alimentari”, compaiono anche l’inglese Jonathan Pryce e l’ex calciatore Eric Cantona.
In ogni caso sarà meglio dimenticare western maturi e di sapore più classico, come “Terra di confine – Open Range” di Kevin Costner, di sicuro più accurato, coinvolgente, anche sul piano antropologico, non fosse altro perché girato in coppia con Robert Duvall, uno che appena può, anche a 84 anni, risale subito in sella.

Levring, classe 1957, è regista eclettico di film come “Il re è vivo” e “Quando verrà la pioggia”. Per “The Salvation” s’è divertito a ricapitolare il repertorio del genere “revenge & dintorni”, mischiando acre misticismo, fanciullesca cinefilia, cupezze visionarie, tinte “virate”. Modelli possibili: “Il ritorno di Ringo” (1965) di Duccio Tessari, “Lo straniero senza nome” (1973) e “Il cavaliere pallido” (1985), entrambi di e con Clint Eastwood. Per cortesia: non scomodiamo John Ford.

Michele Anselmi

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