DAVID 2015: PESSIMA CERIMONIA, BUONO IL VERDETTO. STRAVINCE “ANIME NERE”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

In tanti facevano il tifo per “Anime nere”, il tosto romanzo criminale di Francesco Munzi che un mesetto fa s’era aggiudicato, nel primo scrutinio, ben 16 candidature, sorpassando di slancio gli agguerriti concorrenti. La 59ª edizione dei David di Donatello, venerdì 12 giugno, ha confermato gli auspici, attribuendogli ben 9 statuette, tra le più “pesanti”: miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura, miglior produttore eccetera. Una scelta coraggiosa, anche un po’ controcorrente, che risarcisce il potente noir di ambiente calabrese tratto dal romanzo di Gioacchino Criaco, vagamente scespiriano e purtroppo snobbato dal pubblico (neanche 750 mila euro al botteghino) oltre che dalla giuria di Venezia 2014. Gli altri quattro titoli in lizza, usciti perlopiù a mani vuote se non alla voce attori, erano “Mia madre” di Nanni Moretti, “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi e “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo. Avvertenza utile: l’assenza di “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino e “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone si spiega con la loro uscita a maggio, oltre i termini previsti dallo statuto dei David.
Folla delle grandi occasioni, con tanto di tappeto rosso, al Teatro Olimpico, scelto per ospitare la cerimonia. Le buste sigillate custodite dal notaio hanno evitato fughe di notizie all’italiana, e bisogna dire che la platea di cineasti – tra ospiti, premiati e premiatori – ha provato a rallegrare, per quanto possibile, la serata, evitando i soliti nervosismi. Specie Tarantino, coi capelli tinti e la nota verve cinefila, pure buffa e carismatica; ma anche Gabriele Muccino, umile e gentile destinatario di un David speciale, Ermanno Olmi, malato da tempo e latore di un toccante, stoico, saluto via video, e Matteo Garrone, spiritoso nell’ammettere di non avere un tocco da commedia.
Non potendo qui dar conto di tutte e 22 le categorie, il palmarès, messo a punto dall’affollata giuria di quasi 1.500 componenti, registra la vittoria di Margherita Buy ed Elio Germano come migliori attori protagonisti, rispettivamente per “Mia madre” e “Il giovane favoloso”. Bravi, per carità. La loro affermazione vale anche come riconoscimento ai film. Giulia Lazzarini e Claudio Buccirosso si impongono invece nella categoria riservata ai non protagonisti: l’una per “Mia madre” (un bis quindi), l’altro per “Noi e la Giulia”. Il David per il miglior regista esordiente è andato a Edoardo Falcone per “Se Dio vuole”, e va bene così, il livello della cinquina quest’anno non era travolgente, ma se non altro il film laureato ha lambito i 4 milioni di incasso, molto per un debutto. A dirla tutta, il vero trionfatore della partita è Raicinema, presente a vario titolo in tutti e cinque i film in gara nella categoria principale.
I David di Donatello si fregiano di essere, magari con una punta di esagerazione, gli Oscar italiani. Infatti nel 2013 Raiuno aveva voluto riportare la premiazione in prima serata, puntando sugli impertinenti Lillo & Greg, nel tentativo di rendere più pop la messa cantata. Il revival non pagò in termini di ascolti, così, sin dall’anno scorso, s’è tornati alla più rassicurante diretta su Raimovie delle 19 con differita su Raiuno alle 23. Purtroppo il genovese Tullio Solenghi, nel pilotare l’estenuante premiazione con piglio professionale da “usato sicuro”, s’è trovato ad animare siparietti penosi e gag spompate. Che senso avevano la finta lettera di Angela Merkel, il soffietto al governo Renzi, gli inutili sfottò a Vespa, Marzullo e Galan, la polemichetta sui premi mancati a Cannes, la tirata contro i politici corrotti, l’umorale schermaglia con Luigi Abete? Nessuno. D’altro canto, poche ore prima, il ministro Dario Franceschini, riecheggiando un passo del presidente Mattarella, chiedeva con un comunicato a Rai, Mediaset, La7 e Sky di «dedicare una prima serata ogni settimana ad un nuovo film italiano: senza obblighi di legge, dovrebbe bastare un po’ di volontà di fare sistema e un po’ di sano orgoglio nazionale». La solita solfa che piace agli autori. Demagogia a buon mercato, francamente.

UN MATTARELLA CINEFILO CITA “MR. WOLF” DI TARANTINO (E IL REGISTA SORRIDE)

Quentin Tarantino di sicuro non se l’aspettava. Jeans, scarpe da ginnastica, cravatta nera su camicia bianca, il regista americano ha sorriso di gusto dentro la fastosa Sala dei Corazzieri quando il presidente Sergio Mattarella l’ha tirato in ballo così: «Signor Tarantino, anche il suo Mr. Wolf non credo riuscirebbe a risolvere tutti i nostri problemi». Si riferiva al mitico personaggio di “Pulp Fiction” incarnato da Harvey Keitel e alla controversa crisi del cinema italiano, forse non solo. Quirinale, venerdì mattina, 12 giugno. Al suo primo ciak coi candidati del David di Donatello, il capo dello Stato se l’è cavata bene. Mostrandosi informato, pure spiritoso. Poco prima aveva scandito: «Un saluto cordiale a tutti, non faccio gli auguri ai presenti perché non vorrei che, per scaramanzia, qualcuno di voi lo trovasse controproducente». Poi, entrando nel merito, ha sollecitato le tv a trasmettere più film italiani in prima serata, invitato gli artisti «a rinnovare tecniche e linguaggi», ricordato che «il cinema comunica verità nascoste, ci fa evadere, riflettere, produce bellezza».
Prima di lui avevano parlato il patron del premio Rondi, il compositore Piovani a nome del cinema e il ministro Franceschini. L’applauso più prolungato è andato a Tarantino, volato a Roma per ritirare i due David vinti nel 1995 con “Pulp Fiction” e nel 2013 con “Django Unchained”. Accompagnato da una fidanzata alquanto vistosa in calzari da Messalina, il regista ha sorriso, ringraziato e confermato l’uscita natalizia del nuovo “The Hateful Eight”, quasi una versione western di “le Iene”. Niente Venezia, purtroppo. (Mi.An)

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