Jurassic World. Nuova generazione, nuovi dinosauri

Passati 22 anni da Jurassic Park, i dinosauri ormai sono diventati normale amministrazione, non c’è più l’effetto “wow” e i ragazzini durante lo spettacolo, invece di goderselo, guardano lo schermo del proprio cellulare. Questa è la riflessione che ha permesso, dopo una gestazione lunga 13 anni, la realizzazione di una nuova storia immersa in quel meraviglioso mondo impossibile che ha cambiato la storia del cinema. Il parco alla fine è stato aperto circa un decennio fa e nel momento in cui le visite accusano un declino, il nuovo proprietario ordina all’ex-equipe di Hammond di creare un mostruoso incrocio genetico fra specie diverse… Insomma, la ormai lunga storia di brutti incidenti del passato non ha insegnato nulla a questa cieca industria dei dinosauri. Jurassic World di Colin Trevorrow si sorregge su di una formula, allora vincente, che ha come base una forte struttura narrativa e nelle sue due ore di grande spettacolo riesce anche a sviluppare un percorso esplorativo, dal taglio autoriale, dentro generi, modelli e temi di riferimento molteplici. Si procede innanzitutto ad un’interessante destrutturazione di personaggi che solo inizialmente sembrano archetipi caricaturali del primo film. Abbiamo la facoltosa persona in carriera, fredda e razionale, che non vuole sporcarsi il bel vestito bianco e mai uscire dai propri recinti; l’irrazionale e passionale uomo d’azione, poco socievole, che comunica con bestie indomabili da cui è ossessionato; i due giovanissimi fratelli in continua lotta fra di loro e dispersi nella giungla, gli immancabili cattivi megalomani che fanno una bruttissima fine.

Per quanto la Universal abbia promosso il film vendendo Chris Pratt come l’assoluto protagonista, lo è invece Bryce Dallas Howard, che oltre ad essere brava in una gamma di diverse situazioni che richiedono una versatilità attoriale sovrumana, – come accadeva esemplarmente a Laura Dern e Sam Neill –, muta radicalmente nel suo personaggio. Non ha però bisogno di mascolinizzarsi, infatti, continua nonostante le mille peripezie a mantenere addosso i tacchi e i propri abiti. La cinepresa di Trevorrow tiene a sottolinearlo con un’inquadratura a ralenti delle sue scarpe. Chris Pratt è una macchina tutta muscoli e simpatia perfetta per il ruolo affidatogli. Vincent D’Onofrio non è da meno, torna nei panni di un militare goffo, questa volta con intenzioni cattivelle nei confronti dei velociraptor. Nella sala di controllo c’è un delizioso personaggio nostalgico della versione originale del parco interpretato da Jake Johnson, preso in prestito dal film precedente di Trevorrow, Safety Not Guaranteed. Il regista indie, insieme agli altri sceneggiatori e col benestare di Spielberg, ha voluto dare risalto più alla trama perché non si ripetesse l’errore di continuare a gettare malcapitati fra le fauci dei dinosauri tanto per il gusto di sbizzarrirsi con la CGI. Ci è riuscito omaggiando la forte idea del primo film e creando personaggi tridimensionali, dalle capacità evolutive come quelle dei dinosauri; i quali tornano protagonisti eccome, nel gran finale, in una lunga sequenza “acrobatica” che omaggia degnamente vecchie e nuove glorie mostruose di questo universo cinematografico. Certo appagante per i fan duri a morire della saga, puro intrattenimento per il resto del pubblico, Jurassic World deve un bel po’ al titolo spielberghiano originale, ma non rinuncia ad essere anche indipendente e, a tratti, una commedia sui generis.

Furio Spinosi

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