Mauro c’ha da fare. Ritratto della generazione perduta, la nostra

Il nuovo lavoro di Alessandro Di Robilant, caso raro, mette in scena la psicologia di un’epoca con i suoi dolori, drammi e nevrosi. E per farlo, sceglie il registro dell’ironia e dell’umorismo in chiave dura e polemica, com’è nello stile del regista. Mauro, il protagonista, incarna la figura dolente della cosiddetta “generazione perduta”: giovani italiani dai trent’anni in su costretti a vivere in un’eterna fase adolescenziale loro malgrado. Mauro ha due lauree, quindi non ci sta ad accontentarsi di un lavoretto qualsiasi per, come dice suo padre, poter prendere una pizza il sabato ed uscire con gli amici. Mauro è una persona onesta, quindi non ci sta a cercare una raccomandazione come invece fa la fidanzata Laura. Mauro è una persona che vorrebbe avere ciò che gli spetta, ma trova sempre chi, con vari sotterfugi, lo scavalca e si appropria di ciò per cui ha lavorato duramente.

Mauro è invisibile per le istituzioni, infatti, se non avesse la sua famiglia (i due genitori anziani ed il cane Porqueddu) come sopravviverebbe? Ma non va meglio neanche a chi tenta la strada dell’indipendenza e del crearsi una famiglia propria, come i vicini che, non riuscendo a pagare il mutuo, vengono sfattati. L’abbandono della fidanzata e l’ennesima delusione lavorativa trascinano Mauro in uno stato psicologico disturbato che lo porta a rompere una dopo l’altra le convenzioni borghesi in cui è cresciuto e vissuto in una escalation comica irresistibile. Memorabile la scena del colloquio di lavoro in cui manifesta in modo perentorio la sua volontà di non piegarsi al trend del momento che incoraggia la sotto occupazione bollando come “choosy” coloro che, giustamente, reclamano la dignità dei loro anni passati sui libri tra sacrifici economici e di tempo libero.

Con Mauro c’ha da fare, Di Robilant mette in evidenza che la follia del protagonista è l’unica forma di resistenza possibile in quest’Italia ormai avvitata tra le spire della finanza che strozza i paesi dell’Europa del Sud. È però una ribellione senza via d’uscita. La salvezza di Mauro può giungere solo dall’alto tramite una soluzione forse un po’ ingenua e fiabesca. Probabilmente, una via d’uscita la generazione perduta la può solo sognare? Il finale è aperto ad interpretazioni molteplici ma l’agro-dolce in bocca rimane. Lo stile formale di Alessandro Di Robilant è essenziale e antiretorico. Predilige inquadrature fisse, frontali e simmetriche che ricordano un po’ Wes Anderson e la passione degli ultimi anni per il flat design. Anche questo rafforza l’aspetto paradigmatico e quasi saggistico della narrazione: la cronaca di un’epoca estremamente drammatica, la nostra.

In programmazione al Filmstudio di Roma da oggi, 18 giugno.

Maria Rita Maltese

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