Contagious – Epidemia mortale: Schwarzenegger zombie father e zombie hunter

“Essi vivono” diceva John Carpenter nel lontano 1988 in quel suo celebre film tratto dal racconto Alle otto del mattino di Ray Nelson. “Essi con-vivono” sembrano dirci, invece, i più recenti zombie movie. Infatti, se da un lato potremmo lamentarci del fatto che “non esistono più gli zombi (e gli horror) di una volta…”, dall’altro la (nuova) piega presa da uno dei più paurosi filoni di sempre ha qualcosa di accattivante. Gli zombi sembrano non fare più spavento né correrci alle spalle né sovraffollare le città. Sugli zombi ormai è il caso (intelligente) di riderci sopra, come dimostrano Burying the ex di Joe Dante e Life after Beth di Jeff Baena, dove la non-morte degli uomini si lega a doppio filo con un giovane amore dichiaratosi eterno (e funesto).

Contagious – Epidemia mortale (Maggie) di Henry Hobson è un’ulteriore e interessante variazione sul tema degli zombi, un’opera introspettiva, che guarda all’anima dei suoi personaggi più che al loro aspetto sfigurato ed emaciato. Cosa non farebbe un padre per sua figlia? A quanto può arrivare l’innato senso di protezione di un papà per la figlioletta malata di un morbo incurabile? Sono queste le domande che accompagnano il bel film di Hobson. A dare corpo a questi interrogativi è un superbo Arnold Schwarzenegger in una performance che abbaglia e stona (in positivo) se guardiamo indietro alla sua carriera. Per capirci, è un esito che ricorda quello ottenuto da Nicholas Cage in Joe di David Gordon Green. Attori che crediamo finiti, al tramonto, anchilosati in ruoli fissi e asfissianti (nel caso di Schwarzenegger, il picchiaduro o il cyborg restio a morire), i quali (ri)vivono, anche solo per l’abbaglio di un film, una seconda vita, una nuova vita. Schwarzenegger è preciso, empatico, vero in un mondo sempre più mostruoso e irreale, che scolora in un grigio pallidume da film apocalittico solcabile solo e soltanto a bordo del più classico e americanoide pick-up.

“Siamo umani… siamo umani?” è la scritta impressa su un muro e adocchiata in camera-car in una delle prime sequenze di Contagious. Sì, siamo umani, uomini e non. Infatti, nel suo essere impaurita ma paziente e amorevole col non-prossimo, è umana l’umanità non contagiata. Ma è umana anche Maggie, la zombie daughter di Schwarzenegger, così umana da sfruttare l’ultimo briciolo della sua facoltà d’intendere e di volere in un finale stupefacente e riabilitante l’immagine di tanti zombi incontrati sulle strade del cinema fino ad oggi.

Tommaso Tronconi

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