MUORE LAURA ANTONELLI, ICONA SEXY TRAVOLTA DAL DESTINO (E DA SE STESSA)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

E pensare che il produttore di “Malizia”, quel volpone di Silvio Clementelli, avrebbe voluto Mariangela Melato per il ruolo della servetta sexy. Invece il regista Salvatore Samperi impose la poco conosciuta Laura Antonelli, di cui però erano note le procaci forme grazie a “Il merlo maschio”. Era il 1973. In poche settimana la bella trentenne nata a Pola, Istria, il 28 novembre 1941 ma cresciuta a Napoli, ex professoressa di ginnastica e già comparsa in una decina di film, diventò l’attrice più desiderata dagli italiani: “un’icona sexy”, un richiamo sessuale, l’epitome della burrosità femminile, una vestale della commedia erotica, simbolo di amore ancillare, sesso casalingo, soprassalto peccaminoso. Non che si vedesse granché di lei in “Malizia”, se non nella scena finale durante la notte tempestosa; in realtà era tutta un gioco di trasparenze, reggicalze, reggiseni, vestagliette succinte e gambe tornite spiate da sotto la scaletta di legno. Una sorta di “visione” paradisiaca, benché quasi anacronostica rispetto a quanto mostrato da Bertolucci l’anno prima con “Ultimo tango a Parigi”.
Quarantadue anni dopo Laura Antonelli è stata ritrovata morta: lunedì 22 giugno, nella sua casa popolare di Ladispoli, a pochi chilometri da Roma, dove s’era ritirata dopo dolorose traversie umane, fisiche, psichiatriche e giudiziarie, quasi certamente uccisa da un infarto. Dal 2009 era sotto tutela dei servizi sociali. Per i funerali si aspetta l’arrivo dal Canada del fratello Claudio: lei stessa aveva chiesto di avvertirlo, in caso di decesso, insieme a Lino Banfi, Claudia Koll e uno dei parroci di Ladispoli.
Malinconica fine già iscritta, in parte, nel destino di questa esplosiva protagonista del cinema italiano, almeno per un decennio. Il suo compenso passò di colpo da 4 a 100 milioni di lire. Subito dopo “Malizia” girò l’uno dietro l’altro, tra il 1974 e il ‘77, “Sessomatto” con Dino Risi, “Peccato veniale” ancora con Samperi, “Mio Dio come sono caduta in basso!” con Luigi Comencini, “Divina creatura” con Giuseppe Patroni Griffi, “L’innocente” con Luchino Visconti, “Gran bollito” con Mauro Bolognini.
Diceva di sé: «Sono bassina, un po’ tondetta e ho le gambe piuttosto corte: chissà perché piaccio?». Magari non lo pensava davvero. Basterebbe rivedere la famosa sequenza di “Divina creatura”, dal romanzo dannunziano di Luciano Zuccoli, dove Antonelli, nella parte della borghese Manuela Roderighi, appare distesa su un divano, totalmente nuda, ripresa di fronte per 2 minuti (non 7 come vuole la leggenda ripresa da Wikipedia), come una novella Paolina Borghese, mentre il duca Daniele di Bagnasco interpretato da Terence Stamp la interroga e la concupisce in una sorta di malizioso gioco.
Poi, d’accordo, la voce non era granché, benché intonata, nelle inflessioni venete e cantilenanti, a quel corpo così naturale, non artefatto. Dopo gli anni della fama, tra commedie osé, un matrimonio sbagliato con l’antiquario Enrico Piacentini e l’amore turbolento per Jean-Paul Belmondo, tutto si sbriciolò nel giro di pochi mesi. Era il 1991: l’arresto per 36 grammi di cocaina nella villa di Cerveteri, il carcere, la vergogna, seguiti da quel lifting sbagliato, durante le riprese di un penoso “Malizia 2000”, che devastò il suo celebrato viso d’angelo su un corpo ormai segnato dall’età. Fu allora che pronunciò la fatidica frase: «Uso il dolore come una spugna e un po’ alla volta cancello le persone che mi hanno fatto soffrire».
Nel 2010, sotto il governo Berlusconi, si parlò anche di legge Bacchelli in suo favore, l’allora ministro Bondi si dichiarò favorevole, poi tutto saltò. Lei diceva di sopravvivere con una pensione di 510 euro al mese, il resto – olio, pasta, pomodori – arrivava grazie alla parrocchia e qualche benefattore. «Io sono morta da anni», confessò. Niente tv, ascoltava solo Radio Maria e pregava Dio, da lei ribattezzato “Papino”. Eppure nel 2007, al termine di un estenuante iter processuale per via di quella storia di droga, la Corte d’appello di Perugia le aveva riconosciuto un risarcimento di 108 mila euro: «Per i danni di salute e di immagine patiti a seguito dell’odissea giudiziari protrattasi nove anni».
Disse di lei lo sceneggiatore Rodolfo Sonego: «È di una bellezza desiderabile e ingannevole. Può far perdere la testa a qualsiasi uomo la incontri». Capitò a molti. Nel 2003 Pino Corrias provò a rintracciarla. Scrisse sul “Corriere della Sera”: «Palazzina anonima, periferia di Ladispoli. Laura Antonelli abita qui, in una bolla di aria, tempo e sofferenza che la rende intoccabile, inavvicinabile, impalpabile. Oggi non c’è più nulla della sua giovanile bellezza se non gli occhi che ti guardano per un attimo, occhi ancora azzurri, velati, ma perfettamente indifferenti. Più nulla del suo antico e bellissimo corpo, ingrassato fino a 100 chili e deformato dalla depressione, dagli psicofarmaci, dall’alcol, dalla solitudine». Laura Antonaz era il suo nome vero.

Michele Anselmi

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