ADDIO A SERGIO SOLLIMA, REGISTA DI GENERI. IL SUO “SANDOKAN” DIVENTO’ UN CASO DI COSTUME

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Il critico Tullio Kezich, all’epoca produttore per conto della Rai, quella canzone di Guido e Maurizio De Angelis su parole di Susan Duncan Smith proprio non la voleva. Anzi la detestava. Invece il regista Sergio Sollima, morto ieri alla veneranda età di 94 anni, capì subito che avrebbe funzionato, fatto la fortuna del suo “Sandokan” tv. Ricordate il ritornello? «Sandokan Sandokan / giallo il sole la forza mi dà / Sandokan Sandokan / dammi forza / di giorno di notte / il coraggio verrà».

Era il 1976, quello sceneggiato in sei puntate, per complessivi 360 minuti,tratto dal romanzo di Emilio Salgari “Le tigri di Mompracem”, stregò gli italiani, che rimasero incollati davanti al piccolo schermo. Ci furono neonati battezzati Sandokan, la sigla scalò le hit parade discografiche, Kabir Bedi, chiamato a incarnare la barbuta Tigre della Malesia dopo severa dieta dimagrante e lungo addestramento all’uso del kriss, diventò una celebrità. Neanche un anno ed era già Corsaro nero sempre con Sollima. E pensare che il regista avrebbe voluto Toshiro Mifune, l’attore giapponese dei “Sette samurai”, che però era troppo in là con l’età, e così quello sconosciuto attore indiano, presentatosi per fare Tremal Naik, fu promosso a protagonista. Dentro un cast perfetto: Philippe Leroy-Yanez, Carol André -“ perla di Labuan”, Adoldo Celi-Lord Brooke, Andrea Giordana-Sir Fitzgerald…

Con Sollima se ne va un cineasta sofisticato e popolare: veniva dal teatro alto con Squarzina, Falk e Buazzelli, ma subito intuì che nel cinema “di genere” si sarebbe divertito di più. Amico di Sergio Leone, dopo qualche film di spie firmato Simon Sterling, si dedicò con successo agli italici western, detti anche “spaghetti”, confezionando in rapida successione, nel biennio 1967-’68, “La resa dei conti”, “Faccia a faccia” e “Corri uomo corri”, tutti e tre con Tomás Milian nei panni del peone messicano svelto di coltello, il mitico Cuchillo. Al pari di Lizzani e Damiani, il regista trasferì nei suoi western una certa ideologica terzomondista e sessantottina allora in voga, infatti Lotta Continua molto apprezzò: tra riferimenti a Che Guevara e alla rivoluzione cubana, la stessa dalla quale Milian, considerato da Sollima attore di talento ma un po’ “loco”, matto, era scappato.

Lasciato il West “de noantri”, Sollima si dedicò al poliziesco, firmando titoli come “Città violenta”, “Il diavolo nel cervello” e “Revolver”, girati in inglese con attori come Luc Merenda e Charles Bronson. Ma c’era Sandokan nel suo futuro, e infatti, dopo sofferte riscritture del copione e infinite riunioni alla Rai, Sollima volò in India, Malesia e Tailandia per girare quel piccolo grande kolossal televisivo che avrebbe marcato un’epoca e fatto la sua fortuna negli anni a venire, con qualche seguito purtroppo non all’altezza. Suo figlio Stefano ha raccolto il testimone, diventando a sua volta regista eclettico di toste serie tv come “Romanzo criminale” o “Gomorra” e di film come “Acab” e l’imminente “Suburra”.

Michele Anselmi

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