ADDIO OMAR SHARIF, LA LEGGENDA ARABA DI HOLLYWOOD. FU DOTTOR ZIVAGO E NON SOLO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Sharif di nome e di fatto, anche se in realtà si chiamava Michel Dimitri Shalhoub. Il grande attore egiziano, ma di origini libanesi, è morto in un ospedale del Cairo, a 83 anni, ucciso da un infarto, anche se da tempo l’Alzheimer aveva aggredito il suo bel sorriso da seduttore impunito, reso unico da quello spazietto birichino tra i due incisivi superiori. Per tutti è stato il russo dottor Zivago, per la precisione Jurij Andréevič Živago, e certo il kolossal di David Lean, tratto nel 1965 dal romanzo “proibito” di Boris Pasternak lo consegnò alla fama mondiale, come epitome dell’eroe romantico e idealista finito sotto il tallone della tirannia sovietica. “Il tema di Lara” composto da Maurice Jarre fece il resto, e ancora oggi è difficile resistere, senza palpitare un po’, alla suggestione sentimentale di quella struggente musica cucita addosso ai volti infreddoliti di Sharif e Julie Christie.
Ma volete mettere “Lawrence d’Arabia”, di tre anni prima, sempre diretto da Lean. Mai apparizione fu più potente, cinematograficamente folgorante. I meno giovani ricorderanno, forse. Come un miraggio arriva da lontano in sella a un dromedario, sotto il sole, precisandosi via via nei contorni, lo sceriffo Alì, anzi lo Sharif Alī ibn al-Kharīsh. Vestito di nero dalla testa ai piedi, con quei baffoni e il fucile Enfield, pronto a centrare la guida araba del tenentino britannico, ancora non asceso alla gloria, che poi seguirà nell’avventura contro gli ottomani per conquistare Aquaba. La colpa del poveretto colpito alla testa? Essersi abbeverato a un pozzo nel deserto negato alla sua tribù di predoni. Per quel ruolo Sharif fu candidato all’Oscar, non lo vinse ma da lì nacque la sua fortuna nel cinema internazionale, come “la leggenda araba di Hollywood.

Nella sua ampia carriera, cominciata nel 1953 grazie al regista Youssef Chahine che lo volle per “Lotta sul fiume” e chiusa nel 2013 con un cameo muto nei panni di se stesso in “Un castello in Italia” di Valeria Bruni Tedeschi, ha girato ogni genere di film. Avventurosi, sentimentali, biblici, biografici, commedie, western. Belli, brutti, così così. Tra i tanti, “Il seme del tamarindo” di Blake Edwards, “C’era una volta…” di Francesco Rosi, ”La notte dei generali” di Anatole Litvak, “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” di François Dupeyron. È stato perfino Che Guevara in una cine-biografia poco memorabile diretta da Richard Fleischer nel 1969, oltre che zar Pietro il Grande, Gengis Khan, principe Rodolfo d’Austria, pure San Pietro in una miniserie del nostro Giulio Base realizzata nel 2005 che gli provocò una “fatwa” da parte di alcuni musulmani estremisti.
Amava molto le donne, e certo gli bastò girare “Funny Girl” nel 1968 perché nascesse un bollente love affair con Barbra Streisand. Tredici anni prima, in Egitto, per sposare l’attrice Faten Hamama si era addirittura convertito all’Islam, lui di religione cattolica greco-melchita, scegliendo il nome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, appunto Omar El Sharif.
Ma più delle femmine fu il demone del gioco a rovinarlo. Rivela nell’autobiografia: «Finisci col vivere in totale solitudine: alberghi, valigie, cene senza nessuno che ti metta in discussione. L’attrazione del tavolo verde per me diventò irresistibile. Ho sperperato delle fortune. A un certo momento ho capito e ho deciso di smettere anche con il bridge, per non sentirmi prigioniero delle mie ossessioni. Facevo film per pagare i miei debiti, alla fine mi sono stufato».
Di sicuro era bello. La criniera di capelli pettinati all’indietro, i baffoni virili, gli occhi lucenti, il passo felpato, la facilità sorprendente per le lingue: arabo, inglese, francese, italiano, turco, greco (in Italia era stato doppiato da Peppino Rinaldi e Pino Locchi). Nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile 1932, aveva conseguito la laurea in matematica e fisica al Cairo e poi lavorato nel campo del legname prima di essere scoperto dal cinema. Leggenda vuole che poco stimasse Peter O’Toole, conosciuto sul set di “Lawrence d’Arabia”: «È la cosa più simile a una bistecca che abbia mai incontrato» pare abbia detto un giorno. Eppure i due devono tutto – fama, soldi, donne – a quel film perfetto, non a caso il preferito di Steven Spielberg, pure attraversato da un’omosessualità sotterranea e sottile, all’epoca sottaciuta.
Di casa in Italia, spesso ospite in tv di Raffaella Carrà negli anni d’oro, Sharif aveva deciso di tornare a vivere in Egitto insieme al suo unico figlio, Tarek, e ai due nipoti, di cui uno – che porta il suo stesso nome – fa l’attore, si ignora con quale fortuna. In uno dei suoi ultimi film, il divertente “Oceano di fuoco. Hidalgo” del 2003, protagonista Viggo Mortensen nei panni di un cowboy scappato dal Far West sul finire dell’Ottocento per partecipare a una folla corsa di cavalli nel deserto africano, si era divertito a incarnare lo sceicco Riyadh: gigioneggiava e filosofeggiava nel ruolo del carismatico capo arabo fissato con le Colt, forse memore dei panorami epici di “Lawrence d’Arabia”.

Michele Anselmi

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