IL POLIZIOTTO NERO SORREGGE IL RAZZISTA DEL KU KLUX KLAN: UNA FOTO CHE VALE PIU’ DI UN FILM

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Certe fotografie hanno il potere di fissare un gesto e trasformarlo in messaggio universale, al di là delle intenzioni. Sabato 18 luglio, a Columbia, in South Carolina, una manciata di razzisti del Ku Klux Klan, i cosiddetti “suprematisti”, hanno protestato coi loro vessilli, tatuaggi, simboli nazisti, sguardi feroci e frasi d’odio contro la rimozione della bandiera confederata dai palazzi pubblici decisa, forse senza ben valutare le conseguenze, dalla governatrice democratica Nikki Haley. Per fortuna nessuno ha sparato durante le prevedibili scaramucce tra i Loyal White Knights e i Black Educators for Justice, con tanto di tensione nella piazza davanti alla Statehouse e cinque arresti. Alla fine, però, è bastato uno scatto rilanciato su Twitter da Rob Godfrey, stretto collaboratore della governatrice, perché il senso della torrida giornata fosse rovesciato.
La foto mostra un poliziotto nero in divisa, armato di pistola e col cappello a falda rigida, che sostiene e guida verso l’ombra, forse invitandolo a bere acqua e sedersi, un corpulento razzista, con tanto di svastica sulla maglietta dentro un intrico di stelle e strisce, a un passo dallo svenire per il caldo. L’uomo della legge si chiama Leroy Smith, fa il poliziotto da 25 anni, e ora dirige il South Carolina Department of Public Safety, il cui slogan, segnalato sul sito on line da visitare, recita: «Protecting Educating Serving» (serve traduzione?). Non un eroe o un raddrizzatorti, solo un uomo ben saldo nelle proprie convinzioni, capace di non farsi condizionare dalle farneticazioni di quei nostalgici hitleriani nell’atto di dare una mano a un uomo comunque in difficoltà. Non sappiamo se il “suprematista” abbia ringraziato il “negro”, ancorché pubblico ufficiale, ma conosciamo il vivace dibattito, virale, che è scaturito da quello scatto così preciso, persuasivo, gentile, inoppugnabile.
«Non un esempio raro di umanità da queste parti in South Carolina» ha subito commentando lo stesso Godfrey postando la foto emblematica; ma c’è anche chi, a sinistra, s’è chiesto sul web se a parti rovesciate uno sbirro bianco si sarebbe comportato allo stesso modo a un raduno di Pantere nere. Probabilmente no o forse sì, ma importa stabilirlo?
Di sicuro quella foto suggerisce alcuni pensierini. Per esempio, che il furore razzista, qui travestito da virile difesa del vecchio Dixie contro quella che viene considerata una vigliaccata progressista, si sbriciola nel confronto inatteso con la persona che pensi di odiare in quanto gruppo. E ancora: che lo sconosciuto “suprematista” con lo sguardo perso nel vuoto purtroppo non cambierà opinione nei confronti del poliziotto che non lo prende troppo sul serio e lo sorregge nel mancamento, mostrandosi ben più civile e responsabile di lui.
Ma quella foto ci ricorda pure che la riconciliazione tra neri e bianchi, pure con il presidente Obama regnante a Washington, passa non tanto per la rimozione simbolica della bandiera confederata quanto per il superamento di una frattura storica, forse mai davvero sanata, per la disponibilità a parlarsi anche a parità di censo e mestieri. Ha scritto l’americanista Tiziano Bonazzi: «La Guerra civile portò all’emancipazione degli schiavi; ma non finì con la resa del generale Lee nel 1865, bensì nel 1876, quando il Nord consentì al Sud di fare quel che voleva con gli ex schiavi in cambio del libero accesso alle risorse minerarie e forestali che il ruggente capitalismo nordista voleva». Può servire, sul tema, rivedere film come “La caccia”, “Mississippi Burning” o il recente “Selma – La strada per la libertà”. Ma si capiscono meglio le cose girando in auto, anche da turisti, per le strade bollenti del Tennessee, della Georgia, della Louisiana o dell’Alabama: i fantasmi di quella immane carneficina ottocentesca ancora marciano di notte, vestiti di grigio e di blu…

Michele Anselmi

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