VENEZIA 2015: ECCO I QUATTRO MOSCHETTIERI ITALIANI IN GARA ALLA MOSTRA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Non sarà un’esagerazione, una scelta che può suonare provinciale? Oppure è solo la conferma che il cinema italiano d’autore vive un momento di grazia, anche se poi gli incassi languono? Fatto sta che alla 72ª Mostra di Venezia, 2-12 settembre, ci saranno ben quattro film tricolori in gara. Eccoli: “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino e “L’attesa” dell’esordiente Piero Messina. Un poker di cineasti tutti interessanti, diversi per stile, gusti e poetica, ma legati da un progetto estetico che fa tutt’uno con la vocazione di una Mostra per statuto “d’arte cinematografica”.
La tradizione vuole che siano tre i titoli italiani in lizza a Venezia. Numero perfetto, che non sbilancia il rapporto “diplomatico” con le altre cinematografie e garantisce una presenza considerevole ai colori nazionali. Ma si ricordano parecchie eccezioni, direttori come Gillo Pontecorvo e Marco Müller hanno volentieri allargato la compagine a quattro, infischiandosene del bilancino e dell’opportunità; sicché il generoso Barbera, che già l’anno scorso aveva affiancato ai tre italiani il “pasoliniano” Abel Ferrara, opera uno strappo modesto, dal suo punto di vista confidando sulla qualità delle opere selezionate. Tuttavia non siamo stato proprio noi italiani, usciti da Cannes senza allori nonostante l’autorevole terzetto Sorrentino/Marrone/Garrone, a sfotticchiare i cugini francesi per aver piazzato ben cinque dei loro in gara?
Conferma ufficiale mercoledì 29 luglio, giorno della conferenza stampa a via Veneto. Poi, s’intende, bisognerà vedere i film, augurandosi che siano tutti e quattro belli, perché al Lido il tiro all’italico piccione è lo sport preferito dei cinefili, qualche volta pure a ragione (non date retta a chi parla di congiure e imboscate). Ma una cosa è certa. Incassata la presenza in gara del 75enne Bellocchio, venerato maestro capace ogni volta di rigenerarsi, il direttore ha potuto arpeggiare per il resto su un ventaglio curioso di proposte, anche sul piano generazionale. Gaudino ha 58 anni, Guadagnino 44, Messina addirittura 35.
Temi e storie? Bellocchio, come anticipato dal “Secolo XIX” il 17 settembre 2014, racconta in bilico tra fosco passato seicentesco e allusivo presente fitto di coincidenze la seduttiva dannazione di una nobildonna costretta a farsi suora e poi murata viva in una cella a Bobbio (protagonista Lidiya Liberman più i fedeli Alba Rohrwacher, Filippo Timi e Roberto Herlitzka). Gaudino si affida alla vibrante sensibilità di Valeria Golino per narrare, dalle parti di Pozzuoli, la battaglia emotiva e concreta di una madre alle prese con il linguaggio dei segni, utile a comunicare col figlio sordomuto bello e intelligente. Guadagnino rifà liberamente il piccolo classico francese dell’erotismo “La piscina”, girando in inglese nella solare Pantelleria con attori “à la page” come Dakota Johnson, Tilda Swinton, Matthias Schoenaerts e Ralph Fiennes. Messina, già collaboratore di Sorrentino, ambienta in un’antica villa siciliana l’ambigua convivenza, dai risvolti onirici, di due donne, Juliette Binoche e Lou de Laâge, in attesa del giovane Giuseppe, figlio della prima e fidanzato della seconda.

Non per essere maliziosi, ma l’esperienza insegna che vinciamo il Leone d’oro solo quando il presidente di giuria è italiano. Quest’anno c’è il messicano Alfonso Cuarón: ci vorrà bene?

Michele Anselmi

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