LA MOSTRA DI VENEZIA? “SORPRENDENTE”, DICE BARBERA. CONFERMATI I 4 ITALIANI (NON SARANNO TROPPI?)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Come sarà la 72ª Mostra di Venezia? «Sorprendente». L’aggettivo piace molto al direttore Alberto Barbera, al quarto anno del suo secondo mandato. Me4rcoledì 29 luglio, presentando in un lussuoso hotel di via Veneto il menù dell’edizione in programma dal 2 al 12 settembre, ha speso la parolina magica una dozzina di volta se non di più. Bisogna credergli, almeno in parte. Seduti al tavolo, sotto il manifesto bruttino che ritrae disegnata maluccio Nastassja Kinski in “Paris, Texas”, Barbera e il presidente della Biennale, Paolo Baratta, ricordano come la concorrenza dei festival internazionali sia forte, agguerrita, insidiosa: ma Venezia risponderà alle sfide con «ostinazione e spirito di continuità». Insomma, non si farà fregare i film da Cannes, Toronto, New York, Berlino, Londra; e se qualche titolo di richiamo forse manca all’appello, come “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino, “Silence” di Martin Scorsese o “Crimson Peak” di Guillermo Del Toro, è perché o non finito o perché diserta i festival.
Del resto, a scorrere la lista dei magnifici 55 (più uno o due da aggiungere strada facendo) non mancheranno le star americane da far passeggiare sul tappeto rosso per rinforzare il glamour: Johnny Depp, Robin Wright, Keira Knitley, Jake Gyllenhaal, Kristin Stewart, Ralph Fiennes, Anthony Hopkins, Michael Keaton, Robert De Niro… Sempre che vengano tutti: le trasferte veneziane costano tanto e anche le major hollywoodiane oggi risparmiano.
Una cosa è certa, invece: “il Secolo XIX” ci ha preso nell’anticipare giovedì scorso, unico quotidiano, la composizione della pattuglia tricolore in gara. Quattro i titoli scelti da Barbera, appunto “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, “L’attesa” dell’esordiente Piero Messina, “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino,“Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino. «Perché quattro, uno più del solito? Perché sono belli, è un segnale forte e positivo» spiega il direttore. Che però aggiunge: «Ma stiamo attenti a non farci illusioni. Avere tre film in concorso a Cannes o quattro a Venezia non significa che il nostro cinema goda di ottima salute. Ci sono più ombre che luci, si producono troppi film, oltre 200 nel 2014, con le stesse risorse di due anni fa. Così si perde in qualità». Francamente l’abbiamo scritto fino alla noia su queste colonne.
E veniamo ai piatti forti della Mostra. Almeno sulla carta. Sono 21 i lungometraggi in lizza per il Leone d’oro. Se l’Italia è ben rappresentata anche l’America non scherza con i suoi quattro titoli. Ma in una chiave che Barbera descrive come «spiazzante» e s’intende «sorprendente». Per dire: Cary Fukunaga, regista e sceneggiatore della prima serie di “True Detective”, porta il suo “Beasts of No Nation”, storia di un soldato-bambino in un Paese africano insanguinato dalla guerra civile; mentre “Anomalisa” di Charlie Kaufman e Duke Johnson racconta con tecnica di animazione stop-motion la crisi esistenziale, drammatica, di un quarantenne. C’è interesse anche per “Equals” di Drake Doremus e “Heart of Dog” di Laurie Anderson, sempre in gara; Hollywood, invece, sparerà i suoi botti fuori concorso, dove approdano lo spettacolare “Everest” di Baltasar Kormákur, che apre la Mostra, il gangsteristico “Black Mass” di Scott Cooper, il thriller “Go with Me” di Daniel Alfredson.
Se l’anno scorso fu la guerra espansa e una coda di anti-berlusconismo a fare da temi forti, stavolta Barbera non suggerisce una tendenza. «Mi verrebbe da dire che molti film sono tratti da storie vere». Vabbè. In ogni caso largo ai documentari; uno, il cinese “Behemot”, è piazzato in competizione; altri sette tra i Fuori concorso: incuriosiscono i ritratti di Brian De Palma e Janis Joplin, il ritorno di Franco Maresco con “Gli uomini di questa città io non li conosco”, il reportage di Gianfranco Pannone “L’esercito più piccolo del mondo” sulle guardie svizzere. Poi d’accordo, non è Venezia se non c’è in gara un film di Amos Gitai, quest’anno tocca a “Rabin, the Last Day”, in compenso ben 16 dei 21 registi selezionati sono in gara per la prima volta.
Al francese Bertrand Tavernier va il Leone d’oro alla carriera. Mario Monicelli verrà ricordato con “Vogliamo i colonnelli” e una mostra curata dalla moglie. Prevedibile commozione in sala per “Non essere cattivo”, il film di Claudio Caligari che esce postumo, essendo l’autore scomparso a maggio: inserito tra i Fuori concorso, viene definito da Barbera «bello, forte, fuori tempo massimo» per il suo sguardo pasoliniano sui sottoproletari di Ostia. Vedremo. Il direttore, naturalmente, invita la stampa a seguire con cura la sezione competitiva “Orizzonti”, più libera da alchimie geografiche e vincoli culturali. Lo dice ogni anno e magari ha ragione, ma dove trovare tempo e spazi?

ED ECCO LA GIURIA PILOTATA DAL MESSICANO CUARÓN: CI DARÀ UN “AIUTINO”?

Sarà un caso, ma il regista messicano Alfonso Cuarón, è di casa da noi, avendo avuto due figli dall’attrice toscana Annalisa Bugliani. Infatti confessa: «L’Italia è la mia seconda casa». Buono a sapersi. Anche perché il cineasta 54enne, chiamato ad aprire la Mostra due anni fa con “Gravity”, nel lontano 2001 fu in buona misura lanciato al Lido, sempre dal direttore Alberto Barbera, col suo “Y tu mamá también”. Insomma Cuarón, oggi ben piantato a Hollywood, parla italiano, conosce il nostro cinema e custodisce motivi di gratitudine verso Venezia. Poi, certo, assicura a Silvia Bizio che «devi essere disposto a lasciarti sorprendere, ad affrontare tutto con mente apertissima», ma quale presidente di giuria non lo dice? Averlo scelto però è un buon inizio, benché la storia insegni che vinciamo il Leone d’oro solo se c’è un presidente di giuria italiano (Scola nel 1998, Bertolucci nel 2013).
Intanto la Biennale ha comunicato i nomi degli altri otto giurati chiamati a giudicare i film del concorso. Sono i registi Emmanuel Carrère, Nuri Bilge Ceylan, Pawel Pawlikowski, Francesco Munzi e Hou Hsiao-hsien, rispettivamente francese, turco, polacco, italiano e taiwanese (il primo è anche scrittore); l’attrice tedesca Diane Kruger, la sceneggiatrice inglese Lynne Ramsay; l’attrice e regista americana Elizabeth Banks. A occhio una giuria equilibrata, di casa al Lido, in bilico tra cinema d’autore e glamour hollywoodiano, con due premi Oscar e un’età abbastanza bassa, il che non guasta.
Poi, s’intende, siamo abituati alle sorprese, pure alle cantonate, alle scelte umorali, ai Palmarès pasticciati. Tuttavia la compagine tricolore non dovrebbe dispiacere a Cuarón & colleghi. Come anticipato dal “Secolo XIX”, quattro i registi in gara per l’Italia, e cioè Marco Bellocchio, Piero Messina, Giuseppe Gaudino e Luca Guadagnino.
Non male, sulla carta, anche le altre due giurie. Per la sezione competitiva Orizzonti arrivano i registi Jonathan Demme, presidente, e Fruit Chan, le attrici Paz Vega e Anita Caprioli, lo sceneggiatore Alix Delaporte. Il nostro regista Saverio Costanzo piloterà invece i giurati scelti per attribuire il premio “De Laurentiis” al miglior esordio. Sono soldi: 100 mila dollari e 20 mila metri di pellicola. (MI.AN.)

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