BARBERA TALKS ALLA VIGILIA DELLA MOSTRA: “PECCATO NON AVERE MICHAEL MOORE”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Da che cosa si giudica un buon festival di cinema? Alberto Barbera, biellese, 65 anni, da quattro direttore della Mostra di Venezia, non ha dubbi alla vigilia della 72ª edizione (2-12 settembre). «Dai premi sicuramente no. Ogni verdetto, a memoria d’uomo, appare inadeguato, sbagliato, umorale. La partecipazione di pubblico pagante e accreditati pesa, ma i numeri sono un po’ sempre gli stessi. I buoni film: ecco ciò che conta davvero. Per convincere critici e spettatori».

Lei ama parlare di «persistenza del cinema», anche di «geografia dai confini variabili», ma quattro film italiani in gara non le sembrano comunque troppi?

«Guardi, il numero dei film in competizione non conta nulla rispetto allo stato delle cinematografie. Io sono stato fortunato: in un contesto generale difficile, non soddisfacente, ho trovato quattro ottimi… buoni… film. Non trarrei da questo riflessioni fallaci».

In che senso, scusi?

«Li ho scelti perché rappresentativi non del cinema nazionale, bensì della sua capacità di rischiare, scommettere, sperimentare. “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio sembra, per vitalità e freschezza, il film di un esordiente. Poi c’è un esordiente vero, Piero Messina, che ha ricevuto mezzi adeguati per esprimere il suo talento con “L’attesa”. Luca Guadagnino, con “A Bigger Splash”, si muove guardando ai mercati internazionale: cast pieno di star, girato in inglese. Infine, nella più pura etichetta del cinema d’autore, c’è Giuseppe Gaudino con “Per amor vostro”: un grande cineasta che di recente ha avuto poche possibilità di farsi notare».

E gli altri cinque titoli tricolori? Tre fuori concorso e due in Orizzonti?

«Appunto. La valutazione va fatto nel complesso. Non sono titoli messi a caso, rispondono a scelte coerenti. Ma ribadisco: questi nove film non sono una comunicazione sulla salute del nostro cinema. Sappiamo che le cose non vanno bene: si girano troppi film inutili, le risorse non aumentano, i biglietti calano».

Dica la verità. C’è qualche assenza che brucia? Il nuovo western da camera di Tarantino, il kolossal di Scorsese sui gesuiti, il Frears sul campione Lance Armstrong, “il marziano” di Ridley Scott, “il funambolo” di Robert Zemeckis, il segretissimo Michael Moore…

«No. I film che non sono pronti non possono mancarmi. Altri, che non citerò, li ho visti e non li ho presi. “Where to Invade Next” di Moore mi incuriosisce molto. L’ha tenuto nascosto fino all’ultimo e purtroppo ha preso la via di Toronto. Capita».

Su RaiStoria, sere fa, passavano immagini e premiazioni di lontane edizioni, prima della bagarre sessantottina. L’Italia vinse quattro anni di seguito, dal 1963 al 1966, si respirava una sobrietà giornalistica oggi impensabile, e tuttavia il pubblico fischiava in Sala Grande alla proclamazione del Leone d’oro…

«Erano altri tempi, quindi era un’altra Mostra. La società italiana odierna è diversa da quella degli anni Sessanta. Fare paragoni è inutile. Bisogna chiedersi se Venezia è ancora occasione di verifica della contemporaneità. Se prefigura il cinema di domani, anticipa temi, scopre talenti, sa essere un laboratorio di ricerca permanente».

E i fischi?

«Non credo ai complotti, alle imboscate. Oggi si fischia meno alle premiazioni, è vero, ma di più alle proiezioni per la stampa. Da parte mia posso dire solo questo: selezionando, bisogna stare attenti nel prevedere il tipo di accoglienza. Mai mandare i film allo sbaraglio».

Lei non è un direttore “interventista” rispetto alle giurie, a differenza di suoi predecessori. Ma resta il fatto che noi vinciamo il Leone d’oro solo se c’è un presidente di giuria italiano. Malizia giornalistica?

«Credo di sì. Le giurie sono più imprevedibili del pubblico. Rappresentano solo se stesse. Sono disomogenee e insindacabili, composte di persone che vengono da Paesi diversi. Non si più chiedere ai nove giurati una valutazione oggettiva».

Lei ha di fronte un quinto anno da direttore, poi, forse, altri quattro. La stabilità… E tuttavia il ministro Franceschini sembra aver escogitato un modo discutibile, diciamo poco cristallino, per rinnovare il mandato, il terzo di seguito, al presidente della Biennale, Paolo Baratta. Un suo parere?

«Mi permetta di non rispondere sul tema. Le dico però una cosa: il ricambio oggi è considerato un valore tout court, io credo invece che la stabilità sia una garanzia di qualità. Per impostare un progetto servono tre-quattro anni, sono un tempo minimo. Non parlo di nomine a vita, sia chiaro, come succede a Cannes. Però mandare via un dirigente quando marcia a pieno regime mi pare una sciocchezza. Questo al di là della mia situazione personale, sia chiaro».

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