“EVEREST” APRE LA MOSTRA: MA DELUDE IL KOLOSSAL SUGLI SCALATORI DELLA DOMENICA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Tenete a mente questa frase, piuttosto sbruffona alla luce degli eventi. «Non è l’altitudine che conta: è l’attitudine». Vabbè. La spara una delle due guide alpine protagoniste di “Everest”, il film in 3D, tratto da una storia vera finita malissimo, che ha aperto la 72ª Mostra. Perché malissimo? Nel maggio 1996, all’apice di una sconsiderata campagna commerciale tesa a rendere “l’Everest per tutti”, naturalmente a caro prezzo, la tariffa si aggirava sui 65 mila dollari a persona, tre spedizioni composte da scalatori della domenica, sia pure guidate da esperti del ramo, furono bloccate da una tempesta a un passo dalla mitica cima, subito sotto gli 8.848 metri. Un disastro. Morirono in nove, altri, una decina, si salvarono per miracolo, perdendo chi le mani, chi i piedi, chi il naso, causa congelamento.
Il kolossal dell’islandese Baltasar Kormákur, fitto di star hollywoodiane e girato con dispendio di mezzi, ha ricevuto un’accoglienza algida alla proiezione per i critici, mentre in Sala Grande, ieri sera, sono fioccati caldi applausi. Ovviamente. Com’è? Onesto e verosimile però noiosetto, all’insegna di un realismo estremo, girato perlopiù sulle nostre Dolomiti travestite da “tetto del mondo”, con pochi effetti digitali, forzando gli interpreti a un faticoso training. Ma, insomma, per aprire il festival si poteva trovare qualcosa di meglio. Esce il 24 settembre, magari piacerà al grande pubblico, anche se, appunto, la fine è nota, e per tutto il film ti chiedi: «Ma perché?».
Reinhold Messner, che in cima all’Everest arrivò davvero, senza bombole di ossigeno, ha già espresso il suo parere: «Quella del 1996 non fu una semplice disgrazia: accadde perché due bravissime guide a un certo punto decisero di diventare imprenditori. Solo che sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta».
Le due guide in questione erano il neozelandese Rob Hall e l’americano Scott Fischer, rispettivamente titolari delle società “Adventure Consultants” e “Mountain Madness”, in aspra competizione tra loro. Nessuno dei due scese vivo al Campo base, per una combinazione letale di sfortuna, casualità, errori tecnici, imperizia dei “climber” facoltosi e alquanto frustrati, forse sedotti dall’idea di superare i propri limiti.
Cast delle grandi occasioni, con Jason Clarke e Jake Gyllenhall nei due ruoli principali, più un corredo sontuoso partecipazioni: Josh Brolin, Sam Worthington, Keira Knigthley, Robin Wright, Emily Watson. E tuttavia il film risulta ammirevole sul piano tecnico, per come scaraventa lo spettatore in quell’inferno di roccia, neve e vento; ma, ribadiamo, poco appassionante, a una dimensione, pure reticente nell’affrontare alcuni questioni poste dal giornalista Jon Krakauer, che si salvò per il rotto della cuffia e raccontò tutto nel libro “Aria sottile”. Per dire: lo sfruttamento consumistico e irresponsabile di quelle spedizioni; l’impreparazione degli scalatori paganti, molti dei quali a digiuno di ramponi e cordate; la disinvoltura di altre guide coinvolte; la riprovevole abitudine di sporcare quelle montagne con rifiuti plastici…
Pare che il barbuto Gyllenhall, perfetto ieri al Lido nel suo completo grigio con tanto di cravatta su camicia bianca, abbia mandato a quel paese più di una volta il regista durante le riprese. Kormákur spingeva i suoi attori a dare il massimo di sé ad alta quota, specie sul piano fisico, affinché «assorbissero dalla natura il senso di quella storia intima ed epica allo stesso tempo». Un po’ sul modello fanatico di “Grido di pietra”, che però era diretto da Werner Herzog.
Naturalmente, siccome si fanno nomi e cognomi, il film ha dovuto fare i conti con i parenti degli scomparsi, soprattutto rispettare la memoria di Hall e Fischer, senza “santificare” le loro gesta ma facendone personaggi da cinema, quindi impavidi e avidi, determinati e dissennati. Del resto, lo sentiamo dire in una battuta cruciale: «Gli esseri umani non sono fatti per funzionare all’altezza di un 747». O forse sì. Ma bisogna avere il fisico. E la testa che non sbarella.

Michele Anselmi

Lascia un commento