SEI BANDITI ITALIANI TRA IL DOPOGUERRA E IL BOOM: DE MARIA FA CENTRO

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

Il titolo anglofono suona un po’ provinciale, stracult, da tardo “poliziottesco”. Ma è proprio una bella riuscita “Italian Gangsters”, il documentario creativo, di taglio teatrale ma corredato di immagini vere e spezzoni di film, che Renato De Maria presenta oggi nella sezione Orizzonti, a un anno dal tedioso “La vita oscena”. Inserendosi in una fortunata scia, ormai al cinema o in tv è tutto un “romanzo criminale”, il regista bolognese trova una chiave originale per raccontare percorsi sociali, delinquenziali, pure politici e sentimentali, di sei banditi ascesi alle cronache tra il secondo dopoguerra e gli anni del boom. I loro nomi? Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Luciano De Maria, Horst Fantazzini e Luciano Lutring, tutti settentrionali, gasati, spietati, abili nel diffondere una certe mitologia noir di se stessi. L’idea sta nel farli incarnare, attraverso monologhi di forte suggestione cromatica, tra fumo di sigarette e fondi neri, a sei giovani attori poco noti ma proprio bravi: rispettivamente Francesco Sferrazza Papa, Paolo Casaroli, Aldo Ottobrino, Paolo Mazzarelli, Andrea Di Casa e Luca Micheletti. Una prospettiva “orale” che rispetta con rigore, nei testi, testimonianze autobiografiche e frammenti di interviste, quasi a costruire una narrazione in presa diretta, con tanto di acciaccature dialettali e posture gestuali.
Scrive il regista: «L’Italia esce dalla guerra con una generazione di giovani affamati, abituati alle armi, alla violenza. Raccontare i più celebri rapinatori italiani vuol dire raccontare il sogno di un arricchimento facile ed esaltante, il sogno di una ribellione verso le istituzioni, l’attacco del singolo al dominio dell’economia». Magari De Maria ideologizza un po’ finendo col nobilitare i suoi sei “gangster”, pur senza tacerne la spietatezza criminale, in alcuni casi la filiazione partigiana e comunista. Tuttavia il film, targato Istituto Luce-Cinecittà e Minerva Pictures, si fa vedere d’un fiato, scorrendo via denso in un mix di musica martellante, filmati d’epoca, foto sgranate di giornale, scene prese da polizieschi (alti e bassi), affondi da humour macabro. Una breve storia dell’Italia a mano armata, dove non a caso il più citato, negli estratti e nella recitazione, è Gian Maria Volonté: quello di “Banditi a Milano”.

Michele Anselmi

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