A VENEZIA L’INFANZIA DEI BAMBINI VIOLATI: DA BOSTON ALL’AFRICA NERA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

I bambini ci guardano? Forse. Di sicuro hanno paura di noi adulti, al di qua e al di là dell’Atlantico. Doppietta non casuale ieri alla Mostra del cinema con “Spotlight” di Thomas McCarthy fuori concorso e “Beasts of No Nation” di Cary J. Fukunaga in gara, entrambi americani. Anche la stampa ha applaudito. Non che il cinema disdegni storie toccanti o divaganti legate all’infanzia, anche per estendere le fette di mercato, ma qui siamo alla tragedia fonda, sia pure con registri diversi sul piano espressivo. I bambini di “Spotlight”, cresciuti nella cattolicissima e ricca Boston, aspettano giustizia per essere stati molestati da preti pedofili di cui si fidavano, centinaia di sacerdoti coperti per anni dalle alte gerarchia della Chiesa locale e non solo. I bambini di “Beasts of No Nation”, cresciuti in un’Africa postcoloniale squassata da guerre locali per la conquista di risorse come i diamanti, sono strappati alle loro famiglie o resi orfani, indottrinati attraverso un martellante processo psico-fisico di tipo tribale, trasformati in spietati baby-guerrieri drogati, capaci di straziare, stuprare, infliggere sofferenze inaudite. Imparano subito e mangiano poco. Un po’ quanto va facendo l’Isis con la nota strategia di reclutamento diffuso: bambini resi boia o pacchi-bomba.
Certo, una materia delicata, da maneggiare con cura, e da questo punto di vista “Spotlight” va più sul sicuro. Perché ricostruisce la sconvolgente inchiesta giornalistica che il “Boston Globe” mise a segno tra il 2001 e il 2002. Il titolo allude al nome di uno speciale team di reporter in forza al quotidiano: dotati di una certa autonomia e di tempi lunghi per non sbagliare, i quattro cronisti sbriciolarono il muro di omertà istituzionale con la quale le gerarchie cattoliche avevano protetto casi frequenti di abusi sui minori. Non qualche mela marcia: 230 i sacerdoti coinvolti, oltre 1.000 i bambini violati, alcuni dei quali sopravvissuti a stento alla pratica malvagia. Doppiamente traditi, anche sul piano religioso. Il cardinale Bernard Francis Law, che tutto sapeva e controllava, aveva elaborato una strategia efficace: muovere i preti pedofili da una parrocchia all’altra, registrandoli sotto la voce “malattia” o “in congedo”: pagare indennizzi per milioni di dollari alle vittime affinché le vicende non arrivassero in tribunale.
Il film, ben scandito, appassionante, inoppugnabile sul piano delle prove, arpeggia sul tema classico di “Tutti gli uomini del presidente”. Fa nomi e cognomi, restituisce il clima in redazione, l’incedere dell’inchiesta rischiosa, l’animo ulcerato dei bambini nel frattempo cresciuti, soprattutto il potere pervasivo delle gerarchie ecclesiastiche.
Al Lido sono arrivati due degli interpreti, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, insieme al regista McCarthy. Impossibile non chiedere loro un parere sulla strada intrapresa dal nuovo pontefice. «Papa Francesco è entusiasmante, ma sul tema sono pessimista. Le parole sono una cosa, le azioni un’altra» scandisce il regista. Aggiunge: «Sarei felice di aver torto ma dubito che il Vaticano risponderà. Certo mi piacerebbe che il film fosse visto dal pontefice, da cardinali, vescovi e sacerdoti». Resta il fatto che nel frattempo molte chiese di Boston sono state chiuse per recuperare i soldi necessarie a pagare quelle cause milionarie.
Nel confronto “Beasts of No Nation”, cioè “Bestie senza patria”, ha finito col deludere un po’. Anche perché enormi erano le attese attorno al film targato Netflix e scritto/diretto da Fukunaga, sì il regista della prima stagione di “True Detective”. Il libro del nigeriano Uzodinma Iweala viene dotato di un contesto storico più preciso in chiave di geopolitica. Ma è il punto di vista di Agu, piccolo africano trasformato in bambino-soldato, che conta. Un orrore allucinato da “Cuore di tenebra” si srotola davanti agli occhi dello spettatore, in un tambureggiare di carneficine, ammazzamenti, stupri, riti di passaggio, il tutto bombardato da musiche elettroniche. Lo stile è tagliato con l’accetta, anzi col machete, l’io narrante deborda, Dio viene evocato a cavolo, ma gli interpreti sono azzeccati: sia il piccolo Abraham Attah sia il gigantesco Idris Elba, rispettivamente lo sperduto Agu e il carismatico Comandante (pure pedofilo). Non si capisce perché tutti parlino inglese nel mezzo di una feroce guerra civile tra neri africani. O forse sì.

SBADIGLI PER LOOKING FOR GRACE”: MA CHE CI FA IN CONCORSO?

Sbadigli, ticchettio di cellulari, qualche giornalista lesto a sgattaiolare fuori prima della fine. Non proprio una grande idea prendere in concorso l’australiano “Looking for Grace” di Sue Brooks. Uno di quei film inerti, stilizzati, a capitoletti, con qualche affondo sarcastico e musichette stile “Casalinghe disperate”, che si interroga sulle desolazione umana di una certa middle-class. Insomma tra Sofia Coppola e Todd Solondz, ma senza la stramberia dell’una e la ferocia dell’altro. La regista, anche simpatica, spiega di aver voluto «girare un film che fosse come io vivo la vita: senza nessun percorso eroico». Ergo: «Se credete che noi siamo fautori del nostro destino, questo film non fa per voi». In realtà “Looking for Grace” non fa per la Mostra.
Chi sta cercando Grace, graziosa e bionda sedicenne in collant neri e minigonna a scacchi scappata di casa con 7.000 dollari australiani nascosti in cassaforte, sono i genitori Dan e Denise. Non proprio una coppia ben assortita. Lei, ancora bella, ebbe a 17 anni un figlio da un giocatore di football e ora non sa dove sia finito; lui, maniaco dell’ordine come certi personaggi di Verdone, briga con i bilanci e ha provato a farsi l’amante. Si capisce perché la figlia, forse per sottrarsi a quella triste famigliola cristallizzata dall’ipocrisia, sia scappata insieme a un’amica per andare ad ascoltare, a due giorni di viaggio, una rock-band. Solo che strada facendo, sul bus, è stata rimorchiata da un giovanotto che prima se la porta e letto e poi la deruba dei soldi.
Il film, in una sorta di andirivieni temporale, alterna i punti di vista dei vari personaggi lungo le strade di quella parte di Australia che viene detta “la cintura del grano”. Appunto l’infelice Grace, i suoi genitori anaffettivi, un vecchio detective un po’ vanesio, un camionista in viaggio insieme al figlioletto… Qualcosa di brutto sta per succedere, perché così gira il destino; ma intanto la regista evoca uno scenario umano dove «le persone rimbalzano da una cosa all’altra». Confuse, disordinate, sole. Mah!
MI. AN.

E NASTASSJA KINSKI FA IL GESTO DA DIVA: VINO ROSSO SU UN GIORNALISTA

Per i nostalgici del buon vecchio festival di una volta, quello in smoking, il primo vero brivido è arrivato mercoledì sera, durante il sontuoso ricevimento sotto il tendone sulla spiaggia dell’Excelsior. Quando Nastassja Kinski, arrivata in abito vermiglio e scollato insieme a Tiziana Rocca e Giulio Base, ha rovesciato a sorpresa un calice di vino rosso sul completo nero del collega Valerio Cappelli, che ha reagito svuotando su di lei un bicchiere d’acqua. Galanteria? «Macché, non ho avuto la prontezza di prendere del vino» ha confessato al sottoscritto, che gli stava seduto accanto. Pare che l’attrice, figlia del “maledetto” Klaus, non abbia apprezzato un passaggio dell’intervista, pure meditata e rifinita, da lei stessa concessa al giornalista del “Corriere del Sera”. Quello dove tagliava corto sui rapporti col padre: «Una cosa privata. Mi ritengo fortunata, il cinema mi ha salvato la vita, da adolescente poteva andare in un’altra direzione, nel buio, nell’incertezza di poter sopravvivere. Ma sono una persona solare». Risposta ragionevole. Invece lei, furente e teatrale, ha fatto il gran gesto da diva offesa, e ha mollato tutti dopo qualche parolaccia. L’episodio, inconsistente ma divertente, ha ravvivato subito l’interesse dei cronisti presenti, e naturalmente un certo tipo di chiacchiera festivaliera legata ai capricci delle star.
V’è da dire, semmai, che la Mostra non ha reso un gran servizio alla Kinski piazzandola, disegnata maluccio, nel manifesto ufficiale evocante una sequenza di “Così lontano, così vicino” di Wenders (non “Paris, Texas”).
MI. AN.

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