JOHNNY DEPP FA L’ULTIMO GANGSTER E L’ULTIMO DIVO: MA “BLACK MASS” DELUDE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

È il primo week-end della Mostra, ideale per sparare i fuochi d’artificio e riempire le sale: infatti arriva Johnny Depp. Ed è subito delirio. Con centinaia di ragazzine dalle 8 di mattina stese sull’asfalto davanti al Palazzo, sotto il sole bruciante, protette da qualche ombrello, pronte ad alzare dieci ore dopo cartelli con la scritta “Depp Impact” e dirsi malate di “deppatite”. Con i giornalisti che riempiono all’inverosimile la sala delle conferenza stampa, tra nervosismi e spintoni. Coi fotografi impazziti per inchiodare il 52enne attore che si presenta con mezz’ora di ritardo, indossando una sgargiante giacca verde su pantaloni giallini e scarpe bicolori, occhialoni da sole e bizzarro taglio di capelli irregolare.
Bello? Non più tanto, a sentire le colleghe. Bravo? Abbastanza in “Black Mass” di Scott Cooper, qui fuori concorso, dove Depp si diverte nuovamente a mascherarsi da brutto per assomigliare al vero gangster James “Whithey” Bulger: denti gialli e sconnessi, lenti per rendere celesti e algidi i suoi occhi neri, radi capelli biondastri imbrillantinati e pettinati all’indietro. Bostoniano di origine irlandese, il bandito oggi ha 86 anni e sta scontando due ergastoli più pene accessorie per aver ucciso almeno 19 persone. Non che il film lo idealizzi in chiave di ballata romantica. Anzi lo ritrae con sguardo realistico e ambiguità d’obbligo: da un lato il criminale sociopatico, furbo e spietato lesto a fare buoni affari in tutti i rami dell’illegalità; dall’altro il buon padre di famiglia irlandese, cattolico e devoto a San Patrizio, premuroso verso il figlio, solidale con l’Ira al punto da rifornirla generosamente di armi.
Inutile chiedere alle ragazzine se sperano di vedere il film. «No, speriamo di vedere lui» è la risposta delle fan. Benché Depp detesti quella parola: «Non sono fan, sono persone gentili e carine, che aspettano da ore con questo caldo solo per dirmi ciao e ribadire il loro affetto». Ancora: «Le ringrazio. È commovente ricevere queste attenzioni. Sono “i miei capi”, se lavoro e faccio film lo devo a loro».
Volato al Lido con la nuova fidanzata Amber Heard, l’attore parla sottovoce, inanella giochi di parole che funzionano solo in inglese, alterna umiltà e prosopopea. Gli chiedono se ha dovuto pescare dentro se stesso per incarnare al meglio il boss del film. «Il malvagio che è in me l’ho scoperto molti anni fa. E l’ho accettato. Siamo vecchi amici» sorride. Bulger è il secondo gangster davvero esistito che l’attore interpreta, l’altro era John Dillinger. «Sì, ma Dillinger era una specie di Robin Hood, almeno ai miei occhi. Bulger no, era feroce, imprevedibile, un imprenditore del crimine. Un attimo aiutava la vecchietta a portare la speso, dieci minuti dopo strozzava una prostituta. La violenza era il suo linguaggio. Ma ho cercato comunque di rappresentarlo come un essere umano, non come un mostro “schizzato”».
Oddio, solo a vederlo nel film, con quegli occhialoni a goccia, il giubbetto di pelle e lo sguardo glaciale, il personaggio fa parecchio paura. Anche se il camuffamento esagerato un po’ distrae e disturba. Del resto, Depp ama travestirsi da sempre. Non a caso i suoi modelli, rivela, sono John Barrymore, Lon Chaney, John Garfield, Marlon Brando. «Resto un caratterista più che una bella faccia da poster. Mi piace truccarmi, rendermi irriconoscibile, cambiare fisicamente. Lo faccio per sfida. Per sorprendere il pubblico… anche me stesso».
“Black Mass” è ambientato a Boston tra il 1975 e la fine degli anni Ottanta. In quel periodo Bulger compì il suo capolavoro criminale: finse di collaborare con la Fbi per eliminare una potente famiglia mafiosa italiana, gli Angiulo; e sfruttando a suo favore quel patto scellerato continuò a delinquere e prosperare: droga, racket, scommesse, prostituzione. «Non conta cosa fai e come lo fai, ma dove lo fai. Se nessuno vede non è successo» il suo credo. Ma alla lunga esagerò e a quel punto nessuno poté più aiutarlo: né l’amico d’infanzia nel Bureau, né il fratello politico. Il film è torvo, serrato, costruito come un lungo flashback. Ma, in materia, s’è visto di meglio, ad esempio “American Gangster” di Ridley Scott.

DOPPIETTA FRANCESE CON UN PO’ DI INSALATA RUSSA: SOKUROV E GIANNELLI

Doppietta francofona alla Mostra. Due film curiosi, applauditi, che alzano decisamente la qualità del concorso. E il bello è che, sia pure alla lontana ma non casualmente, custodiscono un sentimento comune. “Francofonia” del russo Alexandr Sokurov è una riflessione profonda, colta, a tratti polemica, sul contrastato rapporto tra Francia e Germania: l’occupazione nazista di Parigi è uno spunto per imbastire un discorso sull’arte e il potere, le radici europee della cultura, la forza delle istituzioni museali. “Marguerite” di Xavier Giannoli ci porta invece vent’anni prima, nella Parigi del 1920, subito dopo la Grande Guerra, quando la Francia vittoriosa sulla Germania si sentiva invincibile, per raccontare in forma di commedia dolce-amara una storia sull’eterno dilemma tra passione e talento.
Certo Sokurov pratica un cinema personale, di forte impronta sperimentale, di alato spessore estetico, nel quale a volte ci si può perdere. Ma “Francofonia”, secondo capitolo di una tetralogia cominciata con l’Hermitage e da proseguire col Prado e il British Museum, salta l’ostacolo. Il Louvre diventa qui indelebile e concreto simbolo di un’arte secolare messa a repentaglio dalla guerra, dalla follia degli uomini. Il pensiero corre a Palmira, certo, all’archeologo decapitato dall’Isis, anche se nel caso del Louvre si attivò un’inattesa alleanza tra potenziali nemici: il direttore del museo francese, Jacques Jaujard, e l’alto ufficiale tedesco Franziskus Wolf-Metternich incaricato di sovrintendere alla gestione di quell’immenso patrimonio artistico. Il film intreccia ricostruzioni con attori e filmati d’epoca variamente virati, Napoleone e la Marianna si aggirano un po’ buffi dentro il Louvre mentre la voce narrante di Sokurov si interroga sullo spirito dei popoli, ricordandoci come Parigi subito si arrese a Hitler mentre Leningrado resistette fieramente.
Spiega Sokurov: «La guerra e la storia non insegnano nulla. Le idee più belle e quelle più orribili vengono da un’Europa ormai alla deriva. La nostra civiltà ha accumulato errori su errori che hanno portato a una catastrofe morale, una vera tragedia». Quindi? «Solo la pittura ci permette di capire chi siamo davvero noi europei». Speriamo sia così.
La protagonista di “Marguerite”, ritagliata sulla figura di Florence Foster Jenkins, invece crede solo nel canto. Ricca, generosa e frizzante, la baronessa Marguerite Dumont intona in pubblico da soprano celebri arie liriche pensando di essere una Lina Cavalieri, invece stona orribilmente. Al pari di Madame Bovary è murata viva in un’illusione dalla quale fatica a uscire, anche perché, chi per interesse e chi per affetto, tutti le fanno credere d’essere brava. Il risveglio sarà drammatico. «Il sublime e il ridicolo sono molto vicini» sentiamo dire da un pomposo tenore. Diviso in cinque capitoli, “Marguerite” trova in Catherine Frot un’attrice perfetta: per come cavalca il paradosso del suo canto inascoltabile, forse solo cercando di essere amata dal marito fedifrago.
MI. AN.

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