“A BIGGER SPLASH” DIVIDE, MA SI BECCA QUALCHE “BUUU” DAI CRITICI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Luca Guadagnino, con “A Bigger Splash” secondoitaliano in gara alla Mostra, è un cineasta che parla così. I “buuu” e i fischi che hanno sigillato la prima proiezione per la stampa? «È nella natura dei festival, nella moltiplicazioni delle opinioni esprimere i gusti come si vuole». Il senso più intimo del film? «Lo stato della politica dei desideri nell’età adulta. Volevo filmare l’invisibile, il desiderio come forza e sostanza che muove tutto e produce conseguenze estreme». La scelta di girare a Pantelleria? «Un luogo non riconciliato, violento, marca e specchio del reale. Un istinto al quale ho aderito parlando di questo quartetto. Quattro prospettive sul mondo dentro uno scenario che, nella potenza ancestrale dell’Adesso, potesse fare a pugni con l’alterità che esse esprimono». Perché prendere il titolo da un quadro di David Hockney del 1967? «Rappresenta una regolarità di linee sconvolta da un tuffo, da uno “splash”, di cui non si vede l’artefice. Apparentemente minimalista, apre in realtà una voragine di senso in chi lo guarda». Vabbè.
Classe 1971, nato a Palermo e cresciuto in Etiopia, Guadagnino guarda al grande mercato internazionale con questo suo quarto film, girato in inglese e ricolmo di attori famosi: Ralph Fiennes, Dakota Johnson, Matthias Schoenaerts e Tilda Swinton, quest’ultima amica e musa del regista sin dai tempi di “The Protagonists”. Uscirà in sala il 26 novembre, targato Lucky Red, e naturalmente sembra fatto apposta per dividere. C’è chi lo trova un guscio vuoto, un nevrotico esercizio di stile gravato da un pessimo finale buffo. E chi ne parla come di un capolavoro, insinuante e seduttivo, che raccoglie la lezione di Rossellini e Godard. De gustibus, appunto.
Da cinefilo accanito, Guadagnino si ispira per contratto a “La piscina” di Jacques Deray, film con Alain Delon e Romy Schneider del 1969, allora quasi un must cine-erotico, col piacere goloso di strapazzarlo, cambiando di segno non solo il finale. Rock e opera lirica, più precisamente “Emotional Rescue” dei Rolling Stones e “Falstaff” di Verdi, rimbombano nell’affresco salmastro, arso dal sole e dallo scirocco, con riferimenti sparsi a quella che il regista chiama «l’alterità vera, quella del Mediterraneo, con la presenza dei migranti che irrompono nella storia». Del resto siamo a Pantelleria, non troppo distanti da Lampedusa. Solo che “A Bigger Splash” è un rock un po’ stonato, inutilmente frenetico, che cita a man bassa e gioca a rimpiattino con lo spettatore nel cambio dei registri, fino all’epilogo di cui si diceva: con un Corrado Guzzanti da macchietta, si suppone voluta, nei panni di un maresciallo dei carabinieri più fan che investigatore.
In vacanza sull’isola vulcanica dentro un rustico dammuso dotato di piscina, la leggenda del rock Marianne Lane e il fidanzato Paul si godono sole, sesso e cibo. A rovinare la festa pensa Harry, geniale produttore discografico ed ex di Marianne, il quale piomba a Pantelleria insieme alla figlia ventenne Penelope avuta da un’americana. Il quartetto è male assortito: Marianne, reduce da un intervento alle corde vocali, finge di essere afona per non parlare con i due ospiti poco graditi, mentre Harry, survoltato, facondo e gaudente, pare provare una nostalgia delirante nei confronti della padrona di casa. Intanto Penelope, sorta di Lolita bionda con occhialini esagonali, si distende nuda sugli scogli per sedurre l’insofferente Paul. L’intreccio degli eventi riserva qualche sorpresa sul piano sessuale e naturalmente una morte inattesa bolle in pentola, anzi in piscina.
Guadagnino usa “La piscina”, da lui detestato perché molto “cinéma de papà” e antistorico rispetto alla Nouvelle Vague, come spunto per imbastire un film fiammeggiante e istrionico, dai sapori forti, di elegante impianto sonoro e visivo, costruito sul contrasto emotivo tra la chiacchiera del giullare smodato Harry (Fiennes) e il mutismo dell’acquietata rockstar Marianne (Swinton). Tutti e quattro personaggi sono un po’ “mostruosi”, ma si vede che il regista molto li ama, li coccola, li desidera.

IL CRIMINE COME NON L’AVETE MAI VISTO: “IL CLAN” DI TRAPERO

Proprio vero che la realtà spesso supera la fantasia. Vedi “El clan” e pensi a un’invenzione di sceneggiatura, invece no: nell’Argentina appena uscita dalla dittatura militare, tra il 1982 e il 1985, la famiglia Puccio si specializzò in sequestri di persona a fini di riscatto e mai riconsegnò vive le vittime facoltose. Applausi scroscianti al film di Pablo Trapero ieri in concorso alla Mostra: non un capolavoro, ma ci sono storie che tengono inchiodati allo schermo. “El clan”, nella sua brutale e lucida insensatezza, è una di queste.
Come fu possibile una simile aberrazione, è presto detto. Il capofamiglia Arquímedes Puccio era un militante di estrema destra, a lungo membro della famigerata congrega Tripla A. Promosso ai servizi segreti, l’uomo, cattolico osservante e padre di cinque figli, di cui uno, Alejandro, campione di rugby, decise di mettere a frutto l’esperienza acquisita nel ramo anche col ritorno alla democrazia. «Nessuno in quella famiglia era innocente» annota il regista. Infatti vediamo Arquímedes incatenare tranquillamente i sequestrati nella villetta del quartiere San Isidro di Buenos Aires, sotto lo sguardo indifferente (o quasi) di moglie e figli. Metodico e spietato, sa di poter contare su una certa impunità mista a in sospettabilità. Finché non sbaglia bersaglio, e a quel punto…
L’Argentina non finisce mai di fare i conti, anche al cinema, con gli anni tragici del regime di Videla. Trapero adotta uno stile quasi “alla Rosi”, senza fronzoli, mette i fatti l’uno dietro l’altro, forte della prova impressionante di Guillermo Francella, che fa Puccio. L’uso insensato di canzoni americane intacca la qualità del film, dal quale si esce comunque frastornati, pure rassegnati rispetto alle varianti della ferocia umana.
Si sorride invece con “L’hermine”, cioè l’ermellino, che allude alla toga rossa indossato dal presidente di una Corte d’assise della provincia francese. Film strano, intermittente, scritto e diretto da Christian Vincent, confidando sull’attore prediletto Fabrice Luchini. Specializzato in ruoli da antipatico o burbero, Luchini qui è Xavier Racine, giudice “a due cifre”, perché infigge pene sopra i dieci anni, alle prese con un controverso infanticidio. Pomposo e depresso allo stesso tempo, si sta separando dalla moglie, un’influenza insidiosa lo rende di pessimo umore. Finché in tribunale non rivede, chiamata a fare il giudice popolare, l’anestesista che lo operò alla gamba sei anni prima e di cui si innamorò goffamente. «L’aula di tribunale è un teatro, con un pubblico, degli attori, una drammaturgia e un dietro le quinte» dice il regista. In effetti “L’Hermine” asseconda il paragone, senza esagerare, a tratti sembra una puntata di “Un giorno in pretura”, a tratti un poliziesco di Chabrol. Luchini è splendido come sempre nel precisare la psicologia del giudice, le sue non sono faccette o trucchi da mattatore. Non è da meno, però, Sidse Babett Knudsen, sensibile e radiosa quarantenne che farà tornare il sorriso sulla faccia di quel misantropo.
MI. AN.

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