L’OMICIDIO DI RABIN COME “JFK”: GITAI RIAPRE UNA FERITA E ACCUSA LA DESTRA RELIGIOSA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Non le manda a dire Amos Gitai, regista israeliano, classe 1950, ospite fisso ai festival, presentando in concorso alla Mostra il suo “Rabin, the Last Day”. Prima chiede ai giornalisti un minuto di silenzio per l’ultima donna vittima del conflitto israelo-palestinese, senza specificare nome, religione e appartenenza. Poi attacca così: «Sono passati vent’anni dalla morte di Yitzhak Rabin per mano di un estremista della destra religiosa. Purtroppo registro una crescente impunità verso i delitti di odio. Gli uomini che hanno reso possibile l’omicidio del nostro primo ministro sono ancora a piede libero, alcuni flirtano col potere. E purtroppo dobbiamo registrare una crescente impunità verso i delitti di odio di matrice religiosa». Ancora: «A causa della nostra politica noi israeliani corriamo il rischio di ghettizzarci, di essere odiati nel mondo. Siamo un Paese schizofrenico, come l’Italia del resto. Potete essere sofisticati e brutali, intelligenti e volgari allo stesso tempo. Non a caso un vostro ex premier, un tipo corrotto e kitsch, e il nostro attuale sono molto amici». Saranno fischiate le orecchie a Berlusconi e Netanyahu?
Gran film, “Rabin, the Last Day”: lungo 153 minuti ma teso come una corda di violino. Fedele ai documenti della Commissione Shamgar chiamata a investigare sull’assassinio del premier laburista avvenuto il 4 novembre del 1995, mischia spezzoni d’archivio e ricostruzione con attori; il piglio da contro-inchiesta, in modo che l’atto d’accusa affiori dalla registrazione degli eventi. Come fu possibile che uno degli uomini più scortati del mondo fosse ucciso da tre colpi di pistola sparati quasi a bruciapelo da un colono sionista 25enne, Amir Yigal, cui fu permesso di avvicinarsi così tanto? Gitai non grida al complotto, ma certo ci furono falle enormi nella sorveglianza, tra guardie del corpo incapaci, ritardi nel percorso di evacuazione verso l’ospedale, distrazioni e omissioni della polizia, scuse accampate dai servizi segreti. Forse quella morte era già scritta, ma fa impressione sentire Shimon Peres, allora ministro degli Esteri e fautore degli accordi di Oslo, scandire nell’incipit: «Sì, se Rabin non fosse stato ucciso avremmo raggiunto, se non la pace, una situazione molto più stabile».
Più che l’ultimo giorno di vita di Rabin, il film rievoca, un po’ alla maniera di “JFK” , il dopo e il prima. Il dopo è il lungo lavoro prodotto da quella commissione d’inchiesta, peraltro controversa, tesa solo ad accertare il collasso operativo della giornata fatale e non il clima politico nel quale il delitto maturò; il prima è il racconto della campagna d’odio lanciata dalla destra religiosa più estremista, culminata in una sorta di fatwa ebraica, detta “Din Rodef”, lanciata da un gruppo di rabbini sostenuti dal Likud. «A morte Rabin, cacciamolo nel sangue e nel fuoco» dicevano i cartelli dei coloni nelle sempre più aggressive manifestazioni organizzate dalla destra politica e religiosa. Il premier laburista veniva paragonato a un terrorista palestinese o addirittura a Hitler, per aver deciso lo sgombero degli insediamenti illegali in Cisgiordania; quotidianamente insolentito e contestato per strada, perfino considerato «schizoide e deficiente» da una scellerata perizia psichiatrica proposta da una dottoressa durante una riunione.
«La fine di Rabin rivelò un mondo fosco e minaccioso, fatto di retorica isterica, di presunti insegnamenti del Talmud, di equivoci legami tra servizi segreti e ambienti di destra, di sedizione alle porte» scandisce Gitai. Il quale sa benissimo che il film, nelle sale israeliane proprio il 4 novembre, sarà visto come un attacco all’attuale governo, un’opera di propaganda sinistrorsa, di santificazione del leader ucciso. In realtà, “Rabin, the Last Day” ha la forza di certi reportage tv di Sergio Zavoli, con un valore aggiunto cinematografico: nella costruzione dei piani-sequenza, nella scelta cromatica, nella prova severa degli interpreti. Nessuno degli quali incarna Rabin, proprio per evitare il culto del morto e ribadire anzi il senso tragico di quell’assenza, «come un grande buco nero».

IL FILM POSTUMO DI CALIGARI SCALDA LA MOSTRA (MA SEMBRA VECCHIOTTO)

«La vita è dura. E se non sei duro come la vita…» scandisce un personaggio di “Non essere cattivo”, il film dello scomparso Claudio Caligari che esce postumo, giovedì, a pochi mesi dalla morte del regista di Arona, sempre attratto dalle periferie romane. Applausi scroscianti, emozione, lacrime, testimonianze toccanti, anche l’anziana madre Adelina in sala, per il debutto al Lido del film, ragionevolmente inserito dal direttore Barbera tra i fuori concorso, per non esporlo a pressioni inutili. Si temevano accuse roventi per la collocazione, invece la questione è rimasta nell’ambito giusto. «Smorzo ipotetiche polemiche. Nessuno sta a recriminare. Solo peccato non farlo giudicare da una giuria internazionale» sussurra Valerio Mastandrea, amico del regista e tra gli animatori del progetto, insieme a Emanuel Bevilacqua e Pietro Valsecchi.
Minato da un tumore, Caligari (1948-2015) ha fatto appena in tempo a montare “Non essere cattivo”, suo terzo film in 32 anni dopo “Amore tossico” e “L’odore della notte”. «Claudio voleva rappresentare una storia piccola di amicizia immensa, principio attivo dell’amore, sullo sfondo di un contesto sociale che lentamente li stritola» aggiunge Mastandrea. Secondo il quale «qui finisce l’era pasoliniana, il candore di quei personaggi di borgata».
Piantato in una Ostia invernale del 1995, vent’anni prima dello scioglimento del municipio per infiltrazioni mafiose, tra case sgarrupate e lungomari deserti, il film racconta, con toni da “romanzo criminale”, l’avventura esemplare di due amici per la pelle. Cesare e Vittorio sono due giovani balordi, anche un po’ patetici. Macchine, alcol, cocaina, pillole, donne, pistole. Ma un’allucinazione da sballo spinge Vittorio a dare un taglio: vuole mettere la testa a posto, fare il muratore, accasarsi con una donna che ha conosciuto; mentre lo sbullonato Cesare continua a delinquere, anche per aiutare la madre e la nipote sieropositiva. Avrete capito che, tra intoppi e andirivieni, pentimenti e rese dei conti, la tragedia è in agguato.
Caligari parlava così del film: «Non è un semplice spaccato fenomenologico del nuovo mondo tossico, ma la fotografia dell’esito finale del mondo pasoliniano. Oggi “Accattone” va in discoteca, consuma e spaccia pastiglie». O magari pensa di potersi redimere lavorando: il colmo. Tuttavia “Non essere cattivo” sembra un film già vecchio, forse volutamente: nella fotografia giallastra, nell’uso delle musiche, dello slang colorito, delle dinamiche drammaturgiche. Non che Caligari idealizzi i suoi tardo-borgatari, ma resta la fascinazione per quest’universo in bilico tra omologazione sociale e ribellione furente, con un occhio al cinema dei fratelli Citti e un odore di “poliziottesco”.
Luca Marinelli e Alessandro Borghi sono lo sbullonato Cesare e il pentito Vittorio. La loro recitazione è funzionale al clima che si vuole “rubato” alla vita, con qualche intrusione onirica e affondo buffo. Ma ci si chiede, al di là del culto cinefilo che circonda Caligari, se oggi esista un pubblico per “Non essere cattivo”. Lo sapremo tra qualche giorno…
MI. AN.

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