LA MORTE PLANA SULLA MOSTRA: SKOLIMOWSKI FA L’ADRENALINICO, LAURIE ANDERSON LA ZEN

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

«La morte va a colpo sicuro / non suona il corno né il tamburo» cantava De André. Già. Succede in uno dei più adrenalinici e applauditi film in concorso alla Mostra: “11 minuti” di Jerzy Skolimowski. Il regista polacco ha 78 anni, ma sembra un giovanotto: per tecnica, velocità, grinta. «Ci muoviamo su un terreno minato, camminiamo sull’orlo dell’abisso, dietro ogni angolo è in agguato l’imprevisto, l’inimmaginabile» sibila con gli occhi nascosti dagli occhiali da sole. Magari potrebbe piacere al presidente di giuria Alfonso Cuarón questa risposta intelligente al cinema hollywoodiano d’azione firmata dal sofisticato cineasta polacco. Senza mirare alla Grande Metafora ma memore del romanzo “Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder, si diverte a intrecciare destini, pulsioni e fatalità dei suoi personaggi nell’arco di undici minuti: tra le 17 e le 17.11 di un pomeriggio di luglio a Varsavia.
Skolimowski è laconico, dribbla le scemenze cinefile, dice di aver scelto Varsavia solo perché vi abita, confessa di essere partito dalla scena finale, esattamente visualizzata nella sua testa, per poi inventare gli antefatti e le psicologie. Quella descritta è una Polonia proiettata nella modernità nevrotica e gasata, sessualmente audace, “spiata” da centinaia di telecamere che formano un indistinto collage di immagini a forma di pixel. La struttura non sarà nuova, e sin dall’inizio sospettiamo che i percorsi confluiranno in un epilogo da “effetto Domino”. Ma che magistero nell’orchestrare il crescendo degli eventi, anche con una punta di cinismo dispettoso.
Gli 11 minuti diventano 81 nella durata del film, ingegnoso nel far tornare i punti di vista dei personaggi che si sfiorano. Per dire: un marito geloso della bellissima moglie attrice alle prese con un provino, un survoltato corriere di droga, una giovane punk col cane, un venditore di hot dog appena uscito dal carcere, un lavavetri di grattacieli, un anziano pittore che disegnava identikit per la polizia, eccetera. Nessuno è simpatico, tutti custodiscono un segreto, il Caso li metterà tragicamente l’uno di fronte all’altro.
Di morte parla anche, ma con sensibilità Zen e toccante poesia, l’americana Laurie Anderson. Musicista, pittrice, scultrice, cineasta, animatrice di installazioni teatrali nonché per vent’anni compagna di Lou Reed. Il rocker scomparso, al quale il film è dedicato, compare per scherzo nei panni di un medico d’ospedale e la sua avvolgente “Turning Around Time” sigilla i titoli di coda. Racchiuso nella misura aurea di 75 minuti, “Heart of Dog” non deve il titolo al romanzo di Bulgakov, bensì al rapporto speciale che Anderson custodì a lungo col suo rat-terrier femmina, Lolabelle. Per anni una presenza costante di vita, quasi una figlia alla quale insegnare a parlare, a suonare, a dipingere. Del resto il film parte proprio con un sogno “disegnato” nel quale l’artista prende in braccio quella cagnetta da lei appena partorita…
Scandito da musiche d’archi e dalla voce soave dell’autrice, in un intreccio di formati, dipinti, immagini stratificate, grafiche ad alta velocità, vetri trasparenti solcati dalla pioggia, fotografie sgranate, “Heart of Dog” diventa un personale viaggio sul tema della morte. «Un pellegrinaggio, ma per dove?» si domanda Anderson nell’ultima scena; e intanto assistiamo a una sorta di meditazione visiva, di gusto sperimentale. La regista parla di sé: di come rischiò di restare paralizzata dopo un tuffo, dei fratellini finiti per sua colpa nell’acqua ghiacciata, della madre malata che si prepara al congedo.
«Dall’inizio alla fine mi ha guidato lo spirito di David Foster Wallace, il suo “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” è stato il mio mantra» spiega Anderson. Elegante con la zazzera da maschietto e le labbra vermiglie. Il film palpita di citazioni erudite, da Wittgenstein a Kierkegaard, da Goya al “Libro tibetano dei morti”, e tuttavia senti che esse arricchiscono il discorso sul senso del tempo, la natura della coscienza. «Imparate a sentirvi tristi, senza essere tristi» è la lezione che Laurie Anderson raccomanda, partendo da un insegnamento buddhista. Si può credere o no a quel tipo di spiritualismo, ma il film accompagna lo spettatore verso una sorta di acquietata consapevolezza. Spiega l’autrice: «Non mi piace il modo “americano” di affrontare la morte, anzi di rimuoverla da ogni discorso. Tutto deve essere asettico, protetto, ovattato. In me è risuonato diversamente il processo del morire: questo film lo descrive».

DE PALMA INCASSA L’OMAGGIO: “CI VUOLE IRONIA PER RESISTERE A HOLLYWOOD”

Ovazione per Brian De Palma, premiato ieri sera con il Glory Filmmaker Award 2015 offerto dalla casa Jaeger-LeCoultre. Oggi 75enne, il regista americano ha fatto il suo ingresso in Sala Grande con regale piglio. Appesantito nel fisico, barba da venerabile, battuta pronta, di nero vestito. In effetti è un maestro, non solo nel thriller. Qui a Venezia ha portato alcuni dei suoi film migliori, come “Gli intoccabili”, e dei peggiori, come “Black Dahlia”. Il suo ultimo, “Passion”, risale al 2012: bruttino alquanto, girato in Francia. Del resto De Palma ha alternato alti e bassi nella sua lunga carriera, cominciata da accanito godardiano e proseguita, per guadagnare, nel solco stilistico di Hitchcock, di cui di certo è l’allievo più di razza, con un sovrappiù di sangue e violenza. Lui, che poco ama i giornalisti, s’è concesso per quaranta ore a due giovani colleghi, Noah Baumbach e Jake Paltrow, e parte di quel ricco materiale è confluito nel documentario fuori concorso “De Palma”. Divertente da vedere, perché il regista di “Scarface”, cresciuto in sala operatoria causa padre chirurgo, infila una serie di aneddoti gustosi sulla genesi dei suoi film, uno per uno, le disavventure produttive, i rovesci e successi commerciali, i rapporti con questo o quell’attore, l’amicizia con Spielberg, Lucas, Scorsese e Coppola. «Bisogna credere a se stessi e non ascoltare nessuno. Poi certo devi avere talento, costanza e fortuna per resistere nel mondo degli Studios hollywoodiani. Anche una discreta riserva di ironia, altrimenti scoppi» scandisce. Guai a chiedergli, lui che ha costruito sequenze tecnicamente ammirevoli e innovative, se ami un film più di altri. Certo scottano ancora i tonfi di “Cadaveri e compari” e “Blowout” (quest’ultimo forse il suo più bello e misconosciuto). Ma soprattutto non bisogna parlargli di televisione. «Con Hbo ho avuto una pessima esperienza. Sono intrusivi, irrispettosi, vogliono decidere tutto». Infatti, alla fine, li ha mandati a quel Paese.
MI. AN.

Lascia un commento