“IL DECALOGO DI VASCO”: MA CHE CI FA UN FILMETTO PROMOZIONALE ALLA MOSTRA?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

La Mostra, frustata da una bora insidiosa che alza le gonne delle signore e impedisce di cenare all’aperto, sembra già finita. E pensare che deve ancora passare l’ultimo film italiano in gara, “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino. Ma intanto, in un crescendo di frenesia mediatica, ieri pomeriggio tutti i giornalisti in fila per vedere in anteprima “Il Decalogo di Vasco”, ennesimo documentario sul rocker di Zocca accolto dalla Mostra. Nel 2011 toccò a “Questa storia qua” di Alessandro Paris e Sybille Righetti, ma quello almeno era bello, pensato, suggestivo, con qualche valore cinematografico. Il presente “Decalogo” invece è una cosina promozionale di 60 minuti, firmata da Fabio Masi di “Blob”, che andrà in onda il 26 settembre su Raitre. Prima, però, sbarca al Lido, in contemporanea con l’uscita alla radio del nuovo singolo “Quante volte”, così per capitalizzare un po’.
Vasco Rossi, atteso oggi pomeriggio, non terrà conferenze stampa, risponderà solo in pubblico, ore 21 Sala Darsena, alle domande di Vincenzo Mollica; poi via al film, con doppia proiezione, essendo già stati venduti la bellezza di 2.800 biglietti (ci sarà anche il neosindaco veneziano Brugnaro con moglie). Infine la “Vasco Night”, con party ufficiale e cena sulla Terrazza Biennale: piatto forte dello chef Tino Vettorello “l’orata spericolata”.
Magari un buon affare per ravvivare il secondo week-end della Mostra sul fronte delle presenze, di sicuro una pessima scelta pseudo-pop sul piano della selezione. D’accordo, “Blasco” è reduce da una trionfale tournée estiva, sta per uscire un nuovo cd, a 63 anni non ha più un fisico da rocker ma continua a mesmerizzare le folle giovanili. Ma se gli dedichi un ritratto totalmente acritico, nel quale l’idolo delle folle si atteggia a guru (pure un po’ para-guru) filosofeggiando a ruota libera, alla fine non rendi un gran servizio al Vasco-pensiero.
L’idea registica consiste nel raffigurare Vasco come una sagome di cartone a grandezza naturale che Masi e l’amico Gianluca della Valle trasportano nel sedile posteriore di una 500. Ma il cantante diventa di carne ed ossa a mano a mano che si precisano sullo schermo, accarezzati da due fluttuanti braccia femminili molto anni Sessanta con unghie smaltate di rosso, i titoli del cosiddetto Decalogo utile a sintetizzare il Vasco-pensiero. Tipo: “Preludio”, “Vascology”, “Retrofronte del palco”, “Profondo Rossi”, “Inkurtzioni” eccetera.
Lui sta volentieri al gioco, come un topo nel formaggio. La chiave è da flusso di coscienza, con una punta di narcisismo. Sentenzia, teorizza, ironizza, arriva pure a fare l’esegesi critico-contenustica dei suoi testi e scandire i versi di “Gli spari sopra” come fosse una poesia. Sempre in tuta o quasi, naturalmente con logo Nike a vista (ma la pubblicità non aveva rovinato i sogni e deturpato la fantasia?), il cantante scandisce frasi come: «Sto cercando la verità, prima o poi la troverò. Ci deve pur essere da qualche parte». Oppure: «Volevo arrivare al cuore della gente. Ho fatto solo quello, non esisteva nessuno, neanche mia madre. Devi sacrificare tutto… e forse ce la fai».
Poi, certo, l’uomo sa come rendersi simpatico: impasta yoga e tortellini, esibisce calvizie e pancetta, si prende in giro quando inscena sull’arenile “la posizione del guerriero”. Ma “Il Decalogo di Vasco”, dall’autore definito «happening di eventi e situazioni altalenante ma fluido, come in un profondo respiro dopo una cosa, per poi ripartire», resta cinematograficamente inerte, anche nella moltiplicazione caleidoscopica di suoni, luci, trucchi, effetti.
A un certo punto il Komandante assume la posa ieratica del Colonnello Kurtz di “Apocalypse Now”, mentre sotto passa il monologo di Marlon Brando doppiato da Sergio Fantoni. Ricordate? «È impossibile trovare le parole per descrivere ciò che significa l’orrore. L’orrore, l’orrore, l’orrore… Bisogna farsi amico l’orrore». Oddio, sembra quasi un’auto-recensione involontaria.

V COME VENDETTA: EGOYAN DELUDE CON L’OLOCAUSTO, VIGAS FA IL FILM PIU’ “PASOLINIANO”

L’altro giorno A come amore; ieri V come vendetta. Il concorso va per temi forti. Le stellette dei critici, sul daily “Ciak in Mostra”, non indicano per ora capolavori, ma è anche vero che la giuria è sovrana, imprevedibile e una decisione dovrà prenderla, a prescindere da quanto scrivono i giornali. Non è un capolavoro, purtroppo, l’atteso “Remember” dell’armeno-canadese Atom Egoyan, alle prese con uno di quei temi che fanno tremare le vene: l’orrore dei campi di sterminio nazisti attraverso lo sguardo, tanti anni dopo, di un sopravvissuto deciso a regolare i conti. Qui la novità, rispetto per esempio a “This Must Be the Place” di Sorrentino, è che il cacciatore è un novantenne affetto da demenza senile, appena rimasto vedovo della moglie Ruth, incerto nel camminare, con gravi vuoti di memoria. Zev Guttnam il suo nome. Zev come lupo, in ebraico, ma non sembra granché pericoloso, sulle prime, questo vecchio incarnato con la solita maestria da Christopher Plummer. È l’amico Max, sulla sedia a rotelle con bombola d’ossigeno annessa, a organizzargli il viaggio punitivo, fornendo anche soldi e logistica: ci sono quattro Rudy Kurlander da rintracciare, uno di questi è Otto Wallisch, lo spietato ufficiale delle SS che li torturò ad Auschwitz.
«Questa è una delle ultime storie che, ai giorni nostri, si possono raccontare sul capitolo più buio della nostra storia. “Remember” riguarda i sopravvissuti: le vittime e i carnefici» spiega Egoyan. Il titolo, avrete capito, non è scelto a caso: perché il ricordo dell’Olocausto rischia di svanire anche in chi porta tatuato sul braccio, come Zev, il numero 98814; ma anche perché non tutto è come appare in questa faticosa caccia all’uomo che condurrà il vecchio ebreo, armato di Glock, fino a una villetta in legno in stile alpino sul lago Tahoe.
Plummer, classe 1929, è bravo nell’invecchiarsi di qualche anno per apparire tremolante e decrepito, a tratti svanito, incapace di fare i conti con il proprio passato. Ma il film, accolto da applausi e qualche “buuu” alla proiezione stampa, si muove su un crinale delicato, preparando, sul filo della suspense, il discutibile colpo di teatro finale destinato a far discutere. Sostiene Egoyan: «Zev è uno scrigno di storia, il fatto che stia perdendo la memoria è affascinate. Ma è ancora responsabile delle sue azioni? E cosa significa cercare giustizia?».
La vendetta torna anche nell’altro titolo in gara, il venezuelano “Desde Allá”, che significa “da lontano”. Ricordate quella fortunata pubblicità sul rhum bevuto “nei peggiori bar di Caracas”? Qui si vedono. Lorenzo Vigas è in assoluto il primo venezuelano in concorso a Venezia, e il suo film, ambiguo, senza musica, audace nel linguaggio e nelle situazioni sessuali, non delude. A suo modo è il più “pasoliniano” di questa Mostra, ben più di quelli di Caligari e Celestini. Armando è un cinquantenne odontotecnico con parecchi soldi in cassaforte. Adesca giovani proletari in canottiera, pagandoli profumatamente, perché si spoglino di spalle: lui si masturba. Ma uno di questi, Elder, un teppistello violento che campa facendo il meccanico d’auto, entra nella sua vita con modalità sconvolgenti. Il rapporto da mercenario si fa intimo, amoroso, con conseguenze tragiche quando c’è da uccidere qualcuno.
«Mi attraeva l’idea di realizzare un film su un uomo che non riesce a stabilire relazioni emotive con gli altri» dice il regista. Ma “Desde Allé” parla anche d’altro: di rapporti di classe, del potere dei soldi, di una società disfatta e feroce, molto omofoba. Alla faccia della la revolucíon di Hugo Chavéz.
MI. AN.

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