GIUSEPPE GAUDINO PENSA TROPPO A FELLINI CON “PER AMOR VOSTRO” (GOLINO DA PREMIO)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Dicono che Luca Guadagnino sia stato richiamato al Lido in vista della premiazione di stasera. Dicono. Che ci scappi un premio per il suo “A Bigger Splash”? Sapremo attorno alle 20, in diretta tv, ma una cosa è certa: il toto Leoni compilato in base alle voci e alle stellette dei critici non ci acchiappa mai. La giuria segue altre percorsi, giustamente. Magari, se il giurato italiano Francesco Munzi saprà farsi valere, potrebbe venire fuori una Coppa Volpi per Valeria Golino, brava, ispirata e tenera in “Per amor vostro”, quarto titolo tricolore in gara. Il film del napoletano Giuseppe M. Gaudino è stato accolto con calda simpatia, decisamente meglio dei tre che l’hanno preceduto, ma a occhio non pare destinato a competere per il palmarès. Anche perché una regola non scritta insegna che vinciamo il Leone d’oro solo quando regna un presidente di giuria italiano. Quest’anno c’è un messicano famoso a Hollywood e di casa in Toscana, Alfonso Cuarón: vedi mai?
Poi, certo, il quartetto italiano non ha brillato particolarmente. E le cose non sarebbero cambiate con “Non essere cattivo” di Claudio Caligari in concorso. Il nostro cinema arranca un po’ nei contesti internazionali, anche quando scendono in campo, come a Cannes 2015, big del calibro di Garrone, Moretti o Sorrentino. Non è lo stile che ci manca, semmai una certa profondità di sguardo, pure il piacere di osare, oltre le acrobazie stilistiche.
Vero è che Gaudino, rispetto all’ambiziosetto Messina e ai più scafati Guadagnino e Bellocchio, custodisce uno status da autore appartato, indipendente, poco incline ai compromessi. Fa cinema dal 1981, specie documentari e cortometraggi, “Per amore vostro” è il suo secondo lungometraggio, a 18 anni da “Giro di lune tra terra e mare”. «Ho sempre visto Napoli come una metropoli che si sviluppa su due livelli: uno sotterraneo, pieno di catacombe, cimiteri, ipogei; un altro sopra il livello del mare, agitato da rara vitalità» spiega il regista, classe 1957. Tra questi due mondi, «combattuta da forze contrapposte», c’è Anna Ruotolo, la protagonista della vicenda, incarnata appunto da Golino.
Il film è curioso, multistrato, esteticamente fantasioso, trapunto di accensioni oniriche, frammenti danteschi, canzoni dialettali e amabili motivetti del Quartetto Cetra, cromatismi eleganti in chiave religiosa, linguaggio dei segni, effetti speciali inusuali (nuvole nere e mare in tempesta). Il tutto dentro un accurato bianco e nero tendente al grigio: a dirci come vede la vita Anna. Era una donna spavalda e felice, capace di prendere in mano il proprio destino; oggi, madre di tre figli di cui uno sordomuto, e moglie vessata di un camorrista usuraio, trova conforto solo nel lavoro che fa, la “suggeritrice” sul set di una soap-opera. “Per amor vostro” è la storia del lento affrancarsi dall’ignavia e dalla rassegnazione di questa donna sfiancata dall’altruismo.
«Volevo raccontare un’emozione, un sentimento, non un fatto vero. Mi piaceva che Anna restasse sospesa, come all’interno di una nebulosa» avverte Gaudino. Il regista custodisce una poetica complessa, non sempre di facile decifrazione, rischiosa sul piano commerciale. Infatti ci sono voluti ben dieci produttori per mettere insieme i fondi necessari a realizzare il film, nelle sale dal 17 settembre.
Una certa artificiosità stilistica, pur suggestiva e minacciosa, rischia di distogliere l’attenzione dal cuore drammatico della storia; ma del resto Gaudino cita “Giulietta degli spiriti” tra i suoi modelli, e viene da pensare pure a “Le notti di Cabiria”. Se Massimiliano Gallo e Adriano Giannini appaiono intonati nei ruoli del marito violento e del divo televisivo con qualche scheletro nell’armadio, Valeria Golino giganteggia nei panni di questa donna lieve e gentile, appannata dagli eventi e stanca di vedere il buio anche di giorno, in cerca di un miracolo d’amore. Ma sì, la Colpa Volpi se la meriterebbe.

MA VIENE DALLA CINA L’OUTSIDER CHE SCOMPAGINA: “BEHEMOTH” DI ZHAO LIANG

Il film più ostico, da festival, ma anche il più prezioso e sorprendente è calato sullo scorcio finale della Mostra riaprendo tutti i giochi. Scommettiamo che “Behemoth”, del cinese Zhao Liang, figurerà stasera nella fascia alta del palmarès? Poi magari da noi non lo vedrà nessuno. In Francia, invece, l’hanno addirittura prodotto, con l’aiuto di Arte. E in Cina? Il regista è pessimista: «Non avevo bisogno di autorizzazioni, ma certo è stato faticoso girarlo. Non so ancora se uscirà mai nel mio Paese. Però è significativo che oggi, a questa conferenza stampa, ci sia un solo giornalista cinese».
Non pensate a una denuncia di stampo classico, con attori. “Behemoth” è una sorta di cine-poema lirico. Deve il suo titolo alla leggendaria e spaventosa creatura biblica del “Libro di Giobbe”. E le poche parole che sentiamo nell’arco di 98 minuti, scandite con tono dolente dal Narratore, sono ispirate alla “Divina Commedia”, con particolare riferimento a “L’Inferno”. Perché è infernale il viaggio che Zhao Liang, affidandosi a un misterioso Virgilio che vediamo sempre nudo di spalle, conduce in una landa desolata della Mongolia, nelle viscere di un’enorme catena industriale composta da una miniera di carbone e una fonderia.
Non ci sono dialoghi, il regista, che viene dal documentario, orchestra per immagini, terribili e bellissime insieme, una sorta di meditazione critica sulla civiltà moderna, «lì dove si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce». Rosso, grigio e blu i colori dominanti, a evocare i rispettivi Gironi danteschi; ma lo spunto, nato a riprese concluse, è utilizzato per dirci come la devastazione capitalistica di quelle terre lontane, un tempo pascoli verdeggianti oggi abbandonate dai pastori, riguarda tutto il mondo.
L’atroce vita dei minatori, sfruttati e immiseriti, stipati in baracche di mattoni, infine malati di pneumoconiosi, è ripresa con assoluta oggettività, fino a entrare quasi nella loro pelle annerita. Viene da pensare a certi scatti di Salgado sugli ultimi della Terra. Ma c’è anche la strana bellezza di quei camion che viaggiano come formiche impazzite, la luce abbagliante della fonderia, il fumo denso delle esplosioni, l’inspiegabile silenzio in quella città fantasma irta di grattacieli color pastello. La Bestia biblica del titolo siamo noi, accusa il regista. Mentre il suo Virgilio cinese porta uno specchio sulle spalle perché chi guarda trovi finalmente la forza di riconoscersi.
MI. AN.

DELIRIO VASCO AL LIDO: IL VERO DIVO DELLA MOSTRA E’ LUI (IL FILM NO)

Trentacinque minuti di tappeto rosso, pardon: di tappeto Rossi. Neanche per George Clooney o Johnny Depp s’era vista mai una cosa del genere qui al Lido. Infatti persino il formale presidente della Biennale, Baratta, è diventato un po’ rock ringraziando Vasco Rossi e stringendolo tra le braccia. Doveva essere la giornata di “Blasco” e così è stato. Vestito con una sgargiante giacca di lamé argentato, su pantaloni, camicia, canottiera e occhiali rigorosamente neri, il rocker di Zocca è stato preceduto da una schitarrata ammazza-timpani alle 19.30 in punto. Impazziti i fan, di tutte le età, alcuni dei quali provvisti di striscioni con la scritta: «Liberi liberi liberi di essere Vascodipendenti». Lui non li ha delusi: ha stretto mani, dato autografi, concesso selfie, s’è fatto pure accarezzare il pizzetto sale e pepe, muovendosi sul red carpet alla maniera di Rocky.
Poi, alle 21 in punto, prima che partisse “Il decalogo di Vasco” di Fabio Masi di cui abbiamo scritto ieri, s’è sottoposto in Sala Darsena alle domande di Vincenzo Mollica, di fronte a 1.400 “vascodipendenti” (altri 1.400 sono venuti per la seconda proiezione). Ai bagni di folla è abituato, ma sembrava eccitato come un bambino, oppure fingeva bene. «Mi piace questa Mostra rock» ha scherzato. Naturalmente, dato il contesto di devozione assoluta, andava sul sicuro. Bastava che accennasse una parola chiave e subito la platea si metteva a cantare il resto del testo. E poco importa se gli è scappato icona con l’accento sulla i invece che sulla o: se ne sono accorti solo i giornalisti.
Poi, certo, l’uomo è simpatico, gioviale, anche autoironico. «È perché non mi conoscete bene che mi volete così bene» sorride, e tutti a urlare: «Nooo!». Il tifo è da stadio. Lui dice di sé, a proposito del documentario di Raitre: «Sono attore a mia insaputa, inconsapevole, però poi ci ho preso gusto a rasarmi a zero per fingere di essere il colonnello Kurtz di “Apocalypse Now”. Naturalmente non sono Marlon Brando, ma ce l’ho messa tutta». Applausi. Come quando gli chiedono dei suoi attori preferiti e lui risponde celiando: «Ne ho tanti, con Johnny Depp e Bob De Niro siamo colleghi ormai, dopo li vedo a cena».
Va meglio però quando parla di musica. «Le canzoni le prendo dal mio inconscio, nascono come i sogni, sono fatte della stessa pasta, almeno le mie». Oppure: «La musica è pulsione sessuale sublimata, come tutta l’arte. Passi una notte insonne, non ti viene fuori nulla e ti senti stupido. Altre notti, invece, scrivi una prima frase perché stai pensando a qualcosa, di solito a una che… ti fa incazzare, e improvvisamente tutto si sprigiona nella tua testa». Fa l’esempio di “Gli spari sopra”, nell’entusiasmo generale degli astanti: «Se siete quelli comodi / che state bene voi». Non tutte riescono col buco, ma se l’azzecchi è fatta: «Quando ho scritto “La vita spericolata” sentivo di aver per le mani la canzone della mia vita. Poi potevo anche morire, come le vere rockstar». Per fortuna sta benissimo, è pure dimagrito.
MI. AN.

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