MESSICO & NUVOLE: IL VERDETTO DELLA MOSTRA PARLA SPAGNOLO (CON ACCENTO SUDAMERICANO)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Il Leone d’oro parla spagnolo (con accento sudamericano). Una sorpresa? Mica tanto. Con un presidente di giuria come Alfonso Cuarón, regista messicano di notevole temperamento specie dopo l’Oscar per “Gravity”, il verdetto era in buona misura prevedibile, infatti l’uomo ha trascinato i suoi otto colleghi verso un verdetto di gusto forte, sudamericano, almeno nei piani alti del palmarès. E allora: Leone d’oro al venezuelano “Desde allá” di Lorenzo Vigas e Leone d’argento per la migliore regia all’argentino “El Clan” di Pablo Trapero. Seguono, nell’ordine, il Gran premio della giuria all’americano “Anomalisa” di Charlie Kaufman e Duke Johnson, le Coppe Volpi per la migliore interpretazione all’italiana Valeria Golino di “Per amor vostro” e al francese Fabrice Luchini di “L’hermine”, il Premio Mastroianni al piccolo Abraham Attah di “Beasts of No Nation”, il Premio speciale della giuria al turco “Abluka” di Emin Alper.
Come volevasi dimostrare, le previsioni affidate alle voci e alle pagelle dei critici erano del tutto infondate. Snobbati impietosamente il cinese “Behemoth” di Zhao Liang, l’israeliano “Rabin, the Last Day” di Amos Gitai e il russo “Francofonia” di Aleksander Sokurov: ed è un peccato, perché tutti e tre, nella differenza degli stili, avevano una marcia in più, almeno a parere di chi scrive. Per l’Italia, mai davvero in gara, resta la consolazione della Coppa Volpi al femminile. La terza in tre anni. Poi, s’intende, fare le pulci alla giuria è sempre inutile, i nove hanno votato secondo criteri in buona misura insindacabili oltre che imprevedibili.
Evidentemente Cuarón ha voluto lasciare un segno, come Bertolucci due anni fa premiando il documentario italiano “Sacro GRA”. Ma lui sdrammatizza con una battuta che chiama l’applauso: «Due sudamericani vincitori? Mi hanno dato un sacco di soldi». Poi si fa serio: «Il verdetto non è stato unanime, ci sono stati piccoli scontri, ma unanime è stato l’approccio con cui si è arrivati alla decisione finale». Insomma sarebbe successo ciò che accade in tutte le giurie: «Alcuni amano un film, altri no, certi film non ricevono voti sufficienti, altri passano a maggioranza. Un premio non significa molto alla fine, le uniche cose che possono decidere il valore di un film sono il tempo e la storia». Vero.
Non che sia brutto il film vincitore. Il Venezuela non s’era mai affacciato in concorso a Venezia, sicché il giovane e aitante Lorenzo Vigas ha fatto centro al primo colpo con questa storia tosta, vagamente pasoliniana: racconta il rapporto ambiguo, anche di classe, tra un cinquantenne odontotecnico di Caracas, dedito ad abbordare e pagare ragazzi di vita solo per osservarli nudi “da lontano” (ecco spiegato il titolo), e un teppistello “macho” e violento che finirà con l’amarlo di un amore quasi filiale, devoto, fino a commettere un omicidio per lui. «Dedico questo premio al mio Paese, abbiamo avuto qualche problema in tempi recenti, ma sono fiducioso, noi venezuelani ricominceremo presto a parlare gli uni con gli altri» ha scandito Vigas.
Anche Trapero, con “El Clan”, non va sul leggero, rievocando le truci gesta di una famiglia che nell’Argentina dei primi anni Ottanta, dopo la fine della dittatura fascista, sequestra e uccide ricchi rampolli della borghesia dopo aver intascato lauti riscatti in dollari. Quasi a suggerire la continuità del regime militare in altre forme, tra complicità e atrocità.
L’americano “Anomalisa” almeno ha il pregio di puntare su dei pupazzi, animati con la tecnica stop-motion, per dipingere una condizione umana squisitamente occidentale: la deriva di un uomo di successo incapaci di comunicare, sessualmente ingordo e immaturo.
Su Fabrice Luchini, attore prodigioso, non si discute: il suo presidente di Corte d’assise pomposo e depresso, strappa l’applauso per finezza; e anche la Golino, sia pure alle prese con rivali di gran classe come la francese Catherine Frot, non delude nei panni di una donna napoletana ingrigita dagli eventi ma decisa a ritrovare se stessa. Il premio al turco “Abluka”, di nuovo una storia di follia e violenza, invece non si spiega proprio, se non con l’idea di restare in tema rispetto ai riconoscimenti maggiori (vale anche per il bambino-soldato di “Nation of No Nation”).
La serata, ripresa da Raimovie, non ha riservato sorprese o papere degne di note. Elegantemente algida la madrina Elisa Sednaoui, secondo la quale «questi dieci giorni sono trascorsi troppo velocemente», visibilmente soddisfatto il presidente della Biennale, l’uscente/rientrante Paolo Baratta, che ha già deciso la data di inaugurazione della prossima Mostra: 31 agosto 2016.

VALERIA GOLINO MIGLIORE ATTRICE. TERZA COPPA VOLPI FEMMINILE ALL’ITALIA IN TRE ANNI

Raggiante e commossa, di rosso vestita, quasi imperiale nell’incedere, di nuovo coi capelli ricci ancorché biondi, Valeria Golino è salita sul palco della Sala Grande con la grazia di una grande attrice. Ventinove anni fa vinse la Coppa Volpi per “Storia d’amore” di Citto Maselli; ora fa il bis con “Per amore vostro” di Giuseppe Gaudino e lei confessa di provare, «nonostante la consapevolezza diversa, la stessa infantile, ingenua, allegria di allora, non cambia niente, spero che sia sempre così, sono molto contenta per me». Una pausa. «Anche per le persone che mi vogliono bene, mi amano, e i miei amici non udenti che mi hanno aiutata in questa avventura» (li ringrazia col linguaggio dei segni).
Nell’annunciare il premio il presidente Alfonso Cuarón l’aveva definita «la grandissima Golino», quasi a siglare la coralità della scelta; lei ha subito ringraziato parlando di «questa giuria incredibile composta di pezzi da novanta». Insomma, un minuetto, che suonerebbe perfino stucchevole se l’attrice napoletana quasi cinquantenne, da tempo compagna di Riccardo Scamarcio, non possedesse il dono di una leggerezza gentile, anche sbadata, pur nella consapevolezza del proprio mestiere. Peraltro Golino è anche una brava regista, come attesta il suo film “Miele”, incentrato su un tema scabroso e delicato: l’eutanasia.
Vero è che il premio, invocato ieri a gran voce da quasi tutta la stampa italiana, permette alla compagine tricolore di ripartire da Venezia con un riconoscimento di peso. Il terzo di seguito. Nel 2013 toccò a Elena Cotta, nel 2014 ad Alba Rohrwacher, adesso a Golino. C’è solo da sperare che le ripetute Coppe Volpi non siano da leggere, sottotraccia, come una sorta di contentino al Paese ospitante. Ma certo l’attrice scalda i cuori nei panni di Anna Ruotolo, per finezza e dolcezza, anche determinazione. «Questo è un bellissimo finale per il film e per lo sforzo che abbiamo fatto per portarlo a termine. Un’esperienza del genere te la porti dentro per sempre. Ora però voglio ubriacarmi» confessa. «Per tre mesi, dopo la fine delle riprese, mi sono sentita fragile e insicura, ero scontenta di me, convinta di non aver dato il meglio. Solo da poco questo stato d’animo è passato, soppiantato dalla gioia di essere qui alla Mostra». Applaudita e premiata, già pronta a tornare sul set come regista, di nuovo senza recitare, con una storia drammatica intitolata, per contrasto, “Euphoria”.
MI. AN.

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