Dove eravamo rimasti. Un affare di famiglia… e di musica

Un’attrice d’indiscusso talento. Meryl Streep non ha più nulla da dimostrare al grande pubblico. Così, negli ultimi tempi, la diva si concede a musical e spettacoli musicali. Ne sono esempi Mamma mia (2008) e Into the Woods (2014).
In occasione di Dove eravamo rimasti, ha seguito per diversi mesi lezioni di chitarra. Il risultato è lì, davanti ai nostri occhi. Tom Petty and the Heartbreakers sembra annunciare un film ambientato nel mondo rock: sottogenere in cui i personaggi femminili sono troppe volte secondari. Ma le carte si confondono. Ora non è più la musica il soggetto principale della pellicola ma la vita disordinata di Ricki, personaggio ispirato alla matrigna della sceneggiatrice, Diablo Cody. La figlia della Streep sarà chiamata a comporre uno strampalato psicodramma, letale quanto una dose di bicarbonato.

Il tema del ritorno a casa e della riconciliazione di famiglie frantumate è da tempo archetipo del cinema indipendente americano. Nebraska ne è stato un esempio perfetto, ora Dove eravamo rimasti ne fornisce uno nuovo. Tutti i personaggi della storia sembrano costruiti con lo stampino, stereotipi della commedia drammatica a lieto fine: il padre borghese (Kevin Kline), la figlia depressa (Mamie Gummer, talentuosa figlia di Meryl Streep), un figlio gay e un altro in procinto di sposarsi. Unico personaggio interessante, una matrigna che non sa come reagire al ritorno della madre che ha abbandonato i figli, nuova moglie che ha fatto di tutto per prendere il suo posto. Tuttavia il personaggio ha poco spazio per esprimersi: una scena soltanto. La scissione tra lo stile di sopravvivenza della rocker che vive in stato di precarietà e quella dei suoi figli è relegata all’ultima parte del film dove assume i contorni di caricatura grottesca.

Diablo Cody è solita integrare le sue sceneggiature a commedie femministe. L’unico problema sollevato all’interno del film è: può la donna assecondare le proprie passioni ed essere al tempo stesso una buona madre? La volontà degli sceneggiatori è lampante: moderare ogni situazione spinosa (la figlia in analisi si riprende dopo un taglio di capelli e una buona manicure, il figlio gay fa pace con la madre al matrimonio della sorella) per raggiungere un pubblico di famiglie.
Jonathan Demme sarà per sempre regista di Philadelphia e di Il silenzio degli innocenti. Da allora ha firmato ottimi documentari musicali. Il suo talento per la ripresa di concerti rimane quindi così come le sue difficoltà nel dare corpo alle emozioni dei suoi protagonisti. Forse sarebbe stato meglio dare a Dove eravamo rimasti un assetto stile This is Spinal Tap mockumentary anziché produrre un film insipido di narrativa infantile.

Chiara Roggino

Lascia un commento