La verità? VINCIAMO IL LEONE D’ORO SOLO E SEMPRE QUANDO IL PRESIDENTE DI GIURIA è ITALIANO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

La verità nuda e cruda? Vinciamo il Leone d’oro solo quando la giuria è presieduta da un italiano. Non c’è malizia, perché negli anni, dal 1954 a oggi, film di riconosciuto valore hanno conquistato il massimo premio: da “La Grande Guerra” a “La battaglia d’Algeri”. E tuttavia la statistica registra questo: con l’aiutino vinciamo, senza dobbiamo accontentarci di premi secondari, per lo più attori e attrici. Intendiamoci, Valeria Golino è assai brava, anche toccante e ispirata, in “Per amor vostro”, e bene ha fatto il messicano Alfonso Cuarón a conferirle sabato sera la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile (la sua seconda, a 29 anni da quella per “Storia d’amore”). L’anno scorso toccò ad Alba Rohrwacher, nel 2013 a Elena Cotta, ora a Golino: insomma, le nostre attrici vanno forte a Venezia, e speriamo che i riconoscimenti non siano solo “un contentino” al Paese ospitante.
Del resto, difficilmente i quattro titoli italiani avrebbero potuto aspirare ad altro, stavolta, nel confronto con i concorrenti stranieri. Non si tratta di autolesionismo fesso o di cinefilia ribalda: il quartetto tricolore, composto da “L’attesa” di Piero Messina, “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino, “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio e “Per amor vostro” di Beppe Gaudino, non possedeva proprio il respiro per entrare nelle posizioni alte del palmarès.
Non è di questo avviso, ovviamente, il direttore Alberto Barbera, avviato a sicura riconferma dopo il suo primo quadriennio. Scandisce di domenica mattina sulla terrazza del Palazzo, seduto accanto al presidente Paolo Baratta: «Perché ci manca sempre qualcosa per vincere? Dovreste chiederlo ai giurati o ai vostri colleghi stranieri. A me sembrano quattro autori interessanti, capaci di rappresentare quattro strade diverse per il futuro del cinema italiano, incluso lo spiazzante e sorprendente Bellocchio». E ancora: «Non ne farei un problema nazionale, l’importante è che i nostri film girino per il mondo, siano venduti all’estero e apprezzati ai festival».
Poi, certo, le scelte delle giurie sono insindacabili, ancorché discutibili. Quest’anno la Mostra sfoderava 21 film in concorso e c’erano 9 premi a disposizione: ha vinto quasi tutto il Sudamerica e Cuarón, già ribattezzato “Messico e nuvole” come la canzone di Paolo Conte, può dirsi soddisfatto di aver dato un segno forte alla sua presenza. «Cannes 2015 sarà ricordato per aver riscoperto il cinema… francese, noi per aver riscoperto quello latino-americano» celia Baratta tra i sorrisi dei cronisti. Ma resta il fatto che senza la Coppa Volpi a Valeria Golino saremmo ripartiti dal Lido a mani vuote.
Non succede così, appunto, quando governa la giuria un presidente italiano. Facciamo la lista? Nel 1954 Ignazio Silone conferisce il Leone d’oro al mediocre “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani. Nel 1959 il Leone viene addirittura diviso a metà tra due italiani: “La Grande Guerra” di Mario Monicelli e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini. Presidente di giuria? Luigi Chiarini, poi direttore della Mostra. Nel 1962 ancora Chiarini premia “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini sia pure ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. Nel 1963 Arturo Lanocita laurea, tra i fischi della destra, “Mani sulla città” di Francesco Rosi. E ancora: Mario Soldati premia nel 1964 “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, Carlo Bo nel 1965 “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, Giorgio Bassani nel 1966 “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, Sergio Leone nel 1988 “La leggenda del santyo bevitore” di Ermanno Olmi. Altri undici anni e nel 1998 tocca a “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente di giuria Ettore Scola. Fino al recente 2013, quando trionfa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi per mano dell’umorale presidente Bernardo Bertolucci.
Inutile dire, a scanso di equivoci, che parecchi dei film citati sono capolavori, pietre miliari del cinema italiano, pezzi di storia destinati a durare nel tempo. Grandi anche se non avessero vinto il sospirato primo premio. Ma così è. I Leoni, fino ad ora, sono arrivati solo con presidenti di giuria italiani. Magari è un caso. O forse no. Che dite?

1954: “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani
(Presidente di giuria Ignazio Silone)

1959: ex aequo “La Grande Guerra” di Mario Monicelli
e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini
(presidente di giuria Luigi Chiarini)

1962: ex aequo “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini
e “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkosvkij
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)

1963: “Mani sulle città” di Francesco Rosi
(Presidente di giuria Arturo Lanocita)

1964: “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni
(Presidente di giuria Mario Soldati)

1965: “Vaghe stelle dell’orsa” di Luchino Visconti
(Presidente di giuria Carlo Bo)

1966: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo
(Presidente di giuria Giorgio Bassani)

1988: “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi
(presidente di giuria Sergio Leone)

1998: “Così ridevano” di Gianni Amelio
(Presidente di giuria Ettore Scola)

2013: “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi
(Presidente di giuria Bernardo Bertolucci)

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