Venezia 72: gli amabili (e gli odiosi) resti

Un’altra Mostra del Cinema è stata archiviata e, adesso, ci troviamo a fare i conti con i suoi lasciti. Diversi sono stati i film che ci hanno particolarmente colpito, altrettanti quelli che hanno messo a dura prova la nostra resistenza. La rivelazione della Mostra è stata rappresentata dal debutto alla regia per Brady Corbet, uno dei due virginali figli di papà che, nel remake americano shot-for-shot di Funny Games di Michael Haneke, si divertivano a seviziare famiglie borghesi in vacanza. La mano del mentore si sente tutta, a partire dall’inevitabile paragone che The Childhood of a Leader incoraggia nei confronti di Il nastro bianco. Brady Corbet si concentra su una famiglia aristocratica che vive nei pressi di Versailles. Il film, in tre atti scanditi dagli attacchi di rabbia del giovane figlio della coppia, analizza in termini freudiani il rapporto tra i membri familiari e i primi sintomi di ribellione nei confronti dell’ancien régime. Algido, teso e raggelante, convince fino al disturbante epilogo.

Prima perla del concorso ufficiale è stata Beasts of No Nation, distribuito dalla piattaforma di VoD Netflix a partire dal 16 Ottobre. Diretta da Cary Fukunaga, regista della prima stagione di True Detective, la storia è semplice e parecchio inflazionata. Il protagonista è un ragazzino che viene sradicato dal villaggio natale e capita tra le grinfie di un soldato che lo educa alla guerra. La prima parte del film è dedicata alla vita nel villaggio, con i ragazzini che sorridono e che giocano con un televisore trovato per puro caso, inscenando la tv dell’immaginazione. Giungono alla memoria i voli pindarici immaginativi di Be Kind Rewind di Michel Gondry. La seconda parte è tesa, con la figura ferina di Idris Elba a dominare la scena. Fukunaga aggiorna i più tradizionali topoi narrativi del genere all’epoca della contaminazione intermediale ed evita di cadere nella banale retorica derivante dall’assunzione dello sguardo del giovane protagonista. E l’anziana Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si aggiorna ai prodotti nati e pensati per il web.

Nel mare magnum dei film italiani presentati a quest’ultima della Mostra del Cinema svetta, a parer mostro, Non essere cattivo di Claudio Caligari, autore di due cult come Amore tossico e L’odore della notte. Cantore di un’umanità erede dei ragazzi di vita di Pasolini, in questo suo ultimo film, Caligari si trasferisce nella Ostia degli anni ’90. Protagonisti sono Vittorio e Cesare, amici da una vita, praticamente fratelli. I due vivono di espedienti, si azzuffano, si fanno di cocaina e bevono insieme ad un gruppo di sbandati che ondeggia nella vita. «Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro». Non essere cattivo è la fine del sogno pasoliniano che cozza contro le brutture della squallida periferia romana che offre poche possibilità di redenzione. Ma, nel finale, un raggio di sole riesce a trapassare il fitto horror vacui che divora i suoi personaggi. Basta uno sguardo, un ultimo sorriso, una nuova famiglia ad assestare una vita che si appresta, sofferente, verso un finale tutt’altro che scontato.

Passiamo ora alle note dolenti. In pole position, L’attesa di Piero Messina, assistente alla regia di Paolo Sorrentino in This Must Be the Place e La grande bellezza. Ambientato a Caltagirone, il film narra il dramma di due donne che affrontano un lutto. Il viaggio in Sicilia diventa, quindi, il pretesto per effettuare un’esplorazione nella solitudine e nell’incomunicabilità della morte. Peccato, però, che L’attesa riveli, nel costante desiderio di creare una forma perfetta, la totale incapacità di suscitare emozioni. Il dolore stenta a trasparire probabilmente anche a causa di performance attoriali non all’altezza delle aspettative. Un vero peccato che forma e contenuto non convergano mai e che il secondo muoia sotto il peso eccessivo delle belle immagini.

Restiamo ancora in Sicilia con A Bigger Splash, che inizia come una commedia sentimentale e svolta verso il thriller, non abbandonando mai il tono grottesco di fondo. Probabilmente, in maniera involontaria. Abbondano, infatti, i luoghi comuni, incarnati da un Corrado Guzzanti ai suoi minimi storici. L’etica patinata di Guadagnino si nutre di seni e di fondoschiena femminili, con l’obiettivo di raggiungere una presunta autorialità. L’innesto, poi, del tema dell’immigrazione risulta indigeribile e posticcio. Le indagini svolte in maniera approssimativa e portate a termine a tarallucci e vino affonda ulteriormente il film.

Passiamo infine a De Palma, documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow. Le aspettative su questo film, diretto da un regista cinefilo, amante di Nouvelle Vague e New Hollywood e dedicato ad un pilastro della rivoluzione del cinema americano degli anni ’70, erano assai elevate. Peccato però che la mano di Baumbach stenti a vedersi e che De Palma si trasformi presto in una smorta e sonnacchiosa sequenza di pillole raccontate in prima persona dal regista di Gli intoccabili. Il film non è male, ma ferisce assistere semplicemente ad un compitino portato a termine senza particolari guizzi di creatività.

Matteo Marescalco

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