Addio a nelo risi. Cineasta atipico ma soprattutto poeta

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Se ne va, a 95 anni, Nelo Risi, fratello di Dino, anch’egli regista ma così diverso per temperie dall’autore del “Sorpasso”, se non fosse per il comune timbro di voce: elegante, milanese, con una punta di erre moscia. È stato cineasta, traduttore, documentarista, animatore culturale, soprattutto poeta: un grande poeta, apprezzato da Montale e Raboni, da Fortini e Garboli. Diceva del suo scrivere: «La poesia non s’arrende all’evidenza ed è capace di rinuncia, conosce la vanità del tutto e ha in orrore di illudere».

Su Youtube c’è una sua intervista impossibile a Marat, “incarnato” da Carmelo Bene, dove definisce così la Rai, per la quale lavorò: «Per carità, niente di metafisico, si tratta di un servizio pubblico che svolge mansioni informative a livello di massa. Qualcosa come un giornale a larghissima tiratura che tocca argomenti di cronaca, di cultura e di svago». Meglio non si poteva dire. Nel senso che Risi s’è mosso per tutta la sua lunga vita all’interno di un percorso poetico comunicativo, per nulla aristocratico: partito dall’ermetismo, ha intrecciato respiro ideologico e discorso morale per approdare infine ad un “privato” colto da un’angolazione inedita, senza ambizioni metaforiche, con generosa incompiutezza, sincopata tenerezza. Basterebbe quel componimento dedicato alla madre, scritto tra il 1943 e il 1947, tra i suoi più intensi. Vi si legge: «Non vogliamo ricordarti. / Ci stai accanto senz’ombra e col sorriso / Il dare l’avere il debito l’esempio / un vano confinarti; / saperti viva oggi ci compensa / del vuoto che saremo».

Figlio di medico e laureato in medicina, non praticò mai il mestiere di famiglia, la guerra lo portò prima sul fronte russo, poi in Svizzera da internato, infine a Parigi e in Africa. Sua moglie, la scrittrice Edith Bruck, gli è stato accanto fino alla fine, e proprio a lei, al suo romanzo “Andremo in città”, storia ambientata negli anni del nazismo e della caccia agli ebrei, Risi deve il suo debutto al cinema, nel 1966, con l’omonimo film interpretato da Geraldine Chaplin. È stato regista discontinuo, ma sempre personale, autore di film insoliti, spesso tratti da romanzi, impensabili nel cinema odierno. Il suo più noto resta “Diario di una schizofrenica”, 1968, che ricostruisce il calvario di una ragazza malata e i metodi terapeutici di cui la sua analista si serve per riportarla alla normalità. «Uno dei rari film di contenuto psicanalitico corretti, accettabili ed emozionanti» scrive Morando Morandini. Altri, magari, mostrano un po’ l’usura del tempo: come “Ondata di calore” con Jean Seberg, venato di un “antonionismo” di riporto; “Una stagione all’inferno” con Terence Stamp, vita e morte dell’amato poeta Rimbaud; l’ultimo “Per odio, per amore” con Serena Grandi mai così brava e poco spogliata.

Pare scritta oggi, volendo, una sua poesia del 1961 intitolata “Telegiornale”. Eccola: «Stando nel cerchio d’ombra / come selvaggi intorno al fuoco / bonariamente entra in famiglia / qualche immagine di sterminio. / Così ogni sera si teorizza / la violenza della storia».

Michele Anselmi

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