“NON ESSERE CATTIVO” DESIGNATO PER L’OSCAR, MA LA COMMISSIONE ALLA FINE SI DIVIDE (5 a 4)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Be’, curioso. In vista dell’Oscar 2016, alla voce miglior film straniero, cioè non parlato in inglese, l’Italia designa un po’ a sorpresa “Non essere cattivo” dello scomparso Claudio Caligari, cineasta nato ad Arona ma immerso da sempre nel mondo derelitto e “tossico” delle borgate romane. Intanto la Germania punta su “Labyrinth of Lies“ di Giulio Ricciarelli e il Lussemburgo su “Baby(A)lone” di Donato Rotunno. Dei due registi, l’uno, cinquantenne, è nato a Milano, l’altro, quarantanovenne, è di origini lucane. Sarà contento, specialmente per Ricciarelli, il nostro presidente del Consiglio, ormai convinto che noi italiani sappiamo fare meglio della Germania in tutti i campi. Staremo a vedere.
Dunque il made in Italy sembra andar forte in questa tornata degli Oscar (nomination il 14 gennaio, cerimonia il 28 febbraio). E bisogna mettere nel conto pure “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino, che esce tra pochi giorni negli Usa, in modo da proporsi per tutte le categorie, quelle che contano davvero al Grab Ballo delle statuette, essendo stato girato in inglese con attori del calibro di Michael Caine, Harvey Keitel e Rachel Reisz.
Nondimeno, la cronaca registra una vivace spaccatura attorno alla designazione di “Non essere cattivo”. Reduce dalla Mostra veneziana, dov’era fuori concorso, il film di Caligari ha incassato finora 260 mila euro, non molto, ma del resto il suo autore, tre lungometraggi in 32 anni, ha sempre praticato un cinema “marginale”, orgogliosamente indipendente e fuori moda, disturbante, di sapore pasoliniano (o post?), molto apprezzato dai critici, meno dal pubblico. Infatti ci sono volute cinque votazioni sul filo di lana affinché i nove commissari, riunitisi all’Anica, arrivassero alla fumata bianca: per 5 schede contro 4, quest’ultime andate a “Mia madre” di Nanni Moretti. Chi decideva? Il dirigente ministeriale Nicola Borrelli, il compositore Nicola Piovani, il regista Daniele Luchetti, le produttrici Tilde Corsi e Olivia Musini, il distributore Andrea Occhipinti, lo sceneggiatore Stefano Rulli, i giornalisti Natalia Aspesi e Gianni Canova.
Da quanto ha potuto ricostruire “il Secolo XIX”, il primo scrutinio, nel quale si potevano esprimere tre voti a testa, è andato così: 7 a “Mia madre”, 6 a “Non essere cattivo”, 3 rispettivamente a “Sangue del mio sangue”, “Il giovane favoloso” e “Vergine giurata”, 2 rispettivamente a “Latin Lover” e “L’attesa”, 1 a “Nessuno si salva da solo”, nulla a “Per amor vostro”. Il quarto scrutinio ha visto in parità Moretti e Caligari, 4 a 4, con un voto solitario per Martone. Infine il 5 a 4 di risicata maggioranza. Ma Valerio Mastandrea, tra gli animatori del film e amico del regista morto a maggio a 67 anni, è giustamente raggiante: «L’onda emotiva di questo film è infinita. Oggi non me l’aspettavo. Adesso giochiamo i tempi supplementari con la speranza di arrivare ai rigori e, per una volta, di vincere». Gli fa eco Pietro Valsecchi, uno dei produttori, insieme a Kimera e Raicinema, che ringrazia calorosamente la commissione e promette: «Ora siamo in corsa per la cinquina. Insieme a Valerio Mastandrea faremo il massimo per portare a Los Angeles questo film straordinario».
Designato, è bene ricordarlo, non significa candidato. Di rado i titoli indicati dall’Anica finiscono poi nella cinquina ufficiale. Con l’eccezione di “La grande bellezza”, che vinse la statuetta 2014, negli ultimi tre lustri solo “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini è riuscito, nel 2006, a infilarsi nella blasonata cinquina, poi uscendo sconfitto. Altra precisazione d’obbligo: non si tratta di scegliere il film più bello, ma quello presumibilmente capace di piacere, per tema, stile e “italianità”, alla giuria ristretta dell’Academy Awards.
Quindi inutile polemizzare o fare le pulci ai commissari. La bontà della scelta di ieri dipende da un solo fattore: se “Non essere cattivo” entrerà o no in cinquina. L’anno scorso “Il capitale umano” di Paolo Virzì restò fuori anche dalla short-list allargata dell’Oscar, diffusa a dicembre. E tutti pensavano che fosse perfetto per gareggiare. Stavolta, poi, non mancano i concorrenti agguerriti. Come “L’ultimo lupo” di Jean-Jacques Annaud, “Sunstroke” di Nikita Michalkov, “The Brand New Testament” di Jaco Van Dormael. O lo stesso “Labyrinth of Lies” dell’italo-tedesco Ricciarelli, che indaga nel 1958, tredici anni dopo la fine della guerra, sui depistaggi escogitati per coprire le colpe di tanti membri delle SS rispetto allo sterminio degli ebrei ad Auschwitz. Il film, appena passato al festival di Torotno, uscirà a gennaio da noi distribuito, come “Non essere cattivo”, da Good Films. A chi gli chiede se ha voglia di girare un film nel Paese dov’è nato, il regista risponde tranquillo: «Dipende. Non lo so. Non credo che il cinema italiano aspetti Giulio Ricciarelli. È una torta che diventa sempre più piccola, tutti vogliono mangiare una fetta. Ogni ora passata su facebook, ogni ora spesa a guardare film in streaming sono biglietti in meno venduti in sala». Difficile dargli torto.

Michele Anselmi

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