MUCCINO SENIOR FA IL SUO FILM PIU’ AMERICANO: PREPARATE I FAZZOLETTI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Dov’eravamo rimasti con Gabriele Muccino? Al suo terzo film americano, il tribolato e multi-star “Quello che so dell’amore” del 2012: negli Usa incassò appena 13 milioni di dollari ma qui da noi si prese una discreta rivincita, toccando i 4 milioni e mezzo di euro. L’uomo, oggi 48enne, lo conoscete, è fumantino, irrequieto, irritabile, ogni tanto si fa trascinare in polemiche futili, anche antipatiche: se la prende col fratello minore Silvio dicendogli via Web di essere stato plagiato da una scrittrice, accusa il cinema italiano «di cialtroneria» o il David di Donatello, che pure lo premia, di essere «una pagliacciata lobbistica», una cerimonia dove «volano più coltelli che in macelleria».
Ma, presentando a Roma, il nuovo “Padri e figlie”, in inglese “Fathers & Daughters”, è parso finalmente acquietato, per nulla risentito. Anche questo è un filmone hollywoodiano, con cast mica male: Russell Crowe, Amanda Seyfried, Jane Fonda, Diane Kruger, per dire. Pronto dal 2014, esce il 1° ottobre in Italia, poi in Giappone, Spagna, Inghilterra e altri territori, infine, a fine dicembre, negli Stati Uniti, nella speranza di gareggiare per gli Oscar. Preparate i fazzoletti, perché “Padri e figlie” è una storia toccante, per il grande pubblico, ricolma di scene madri, incidenti stradali, malattie progressive, avidità sentimentali e fervido amore paterno.
Tutto ruota, su due binari temporali che si intrecciano continuamente, attorno a uno scrittore famoso, Jake Davis, vincitore di un Pulitzer ma affetto da psicosi maniaco-depressiva, con tremori crescenti, dopo essere rimasto vedovo. Lui si prende cura eroicamente della figlioletta Katie di 5 anni, che lo ama e lo venera; ma i suoceri facoltosi provano a sottrargliela e intanto la malattia degenera mentre mancano i soldi e lui deve scrivere un altro best-seller per pagare gli avvocati. Venticinque anni dopo, Katie, premurosa assistente sociale, si butta via sessualmente credendosi incapace di amare, a causa di quell’infanzia tormentata, affollata di demoni.
«Amare è difficile, complicato, può essere doloroso. Ma siamo tutti figli, anche quando siamo genitori» spiega Muccino, che giudica “Padri e figlie” il suo film migliore, «il più completo sui temi dell’amore, della vita, della caducità dei sentimenti». Il regista sostiene, e qui pare quasi parlare di se stesso, che «siamo, in misura non quantificabile, il risultato di ciò che abbiamo vissuto da bambini».
Molto hollywoodiano nello stile, tra crescendo drammaturgici, prove d’attori, canzoni “iconiche” come “Close to You”, il film è il suo quarto girato oltreoceano. Dice: «Dei tre usciti finora solo uno è andato male, mi ritengo fortunato: ho visto macellare attori e registi, il ricambio della guardia avviene ogni cinque anni, ma ti ricordano ogni giorno che non sei nessuno». Sarà anche per questo che il copione di Brad Desch, rivisto da Muccino, inanella battute del tipo: «Non so perché Dio abbia creato scarafaggi e critici» oppure «Viviamo negli Stati Uniti dei soldi». Lui sorride, balbettando un po’: «Erano nella sceneggiatura. Ma le faccio volentieri mie».
In che senso? «Prendiamo i critici. Cechov fu fischiato alla prima del “Gabbiano”, uscì dal teatro senza cappotto e ci rimise la salute. Un artista si mette a nudo sulla pubblica piazza, sente l’urgenza di raccontare qualcosa di sé, è doloroso ricevere la sassaiola, il disconoscimento del proprio lavoro». Ogni tanto, per fortuna, arrivano anche «i petali di rosa», Muccino lo riconosce. In fondo ha girato quattro film negli Usa e sei in Italia, molti di successo, ne ha già pronto un altro, “L’estate addosso”, un piccolo road-movie tra Cuba e San Francisco che prende il titolo dalla canzone di Jovanotti, e sta già pensando a una versione cinematografica del romanzo “Paura di volare”. Quanto al potere pervasivo del dollaro, ecco come la pensa: «Il denaro governa le vite degli americani in modo ossessivo, lì tutti si sentono schiacciati, licenziabili, intercambiabili. A Los Angeles, dove ho abitato a lungo, il livello di felicità è molto basso, credetemi». Meglio l’Italia? «Sì, con 20 euro mangi bene e non ti avveleni».
Muccino avrebbe voluto proporre il film, “arty” secondo gli standard americani, ai festival di Cannes o Venezia, ma non è stato possibile: «I produttori non hanno voluto, purtroppo sono decisioni che non mi competono». Si vede che gli dispiace un po’. Da anni si sente maltrattato dal mondo del cinema, specie italiano: un tempo per invidia, ora chissà…

Michele Anselmi

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