“IO E LEI”, L’AMORE LESBICO A 50 ANNI, MA SENZA SESSO E PER PIACERE A TUTTI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Meglio di niente, per carità. Anche se negli Stati Uniti, sul tema dell’amore omosessuale tra donne di tutte le età, fanno film come “Carol”, “Freeheld”, “Cloudburst” o “I ragazzi stanno bene”; in Francia come “La vita di Adele”; in Inghilterra come “My Summer of Love”. In Italia, invece, arriva la tiepida commedia omo-sentimentale “Io e lei” di Maria Sole Tognazzi, con la supercoppia Sabrina Ferilli & Margherita Buy, e si finirà col parlarne, con l’aria che tira in questo Paese retrivo, più volte sanzionato dalla Corte Europea, come di un’opera addirittura coraggiosa. Non a caso, pur senza esagerare, la regista di “Viaggio da sola” scandisce: «Tutte le storie d’amore sono uguali, tutti i diritti devono essere uguali, per questo “Io e lei” è anche un film politico». Sarà.
Le fanno eco, con parole diverse, le due attrici. Buy: «Non abbiamo fatto un film-bandiera, ma credo sia importante raccontare i dilemmi della nostra normalissima coppia omosessuale. Perché l’Italia, in materia, è una società arretrata, perché egoismo e pregiudizio fanno ancora velo e producono sofferenza». Ferilli: «Lo so, un film come “La vita di Adele” è più audace, carnale, fisico. Ma noi siamo un Paese bigotto, ipocrita, dove certi politici sostengono che non si può dare speranza a tutti i desideri. Per questo abbiamo scelto una via più “dolce”, meno divisiva, il nostro film non mette paura, non dà pugni nello stomaco: accomuna, fa sorridere e commuove».
Non che il cinema nazionale abbia del tutto rimosso l’argomento, film come “Viola di mare” o “Riparo” hanno parlato onestamente di omosessualità femminile; ma “Io e lei” intende offrire un punto di vista inedito, quello di una coppia cinquantenne, benestante, contemporanea, scossa da dinamiche sentimentali per certi versi universali. Il copione porta la firma di Francesca Marciano e Ivan Cotroneo, producono Indigo, Lucky Red e Raicinema, uscita giovedì 1° ottobre in oltre 200 copie.
Com’è il film? Gentile, aggraziato, molto levigato, con riusciti affondi comici, attento a non mostrare mai scene di sesso o nudità, a parte un bacio non proprio convinto, pure per non imbarazzare le due mattatrici, sempre truccatissime, anche quando spengono la luce per dormire. Infatti, dopo l’anteprima di ieri mattina, c’è chi chiede perché tra Marina e Federica non si registri mai un picco di passione. La risposta della regista: «Stanno insieme da cinque anni, qualcosa si è spento a letto, come in qualunque coppia etero. Ma io volevo raccontare la storia di due donne adulte, innamorate, con trascorsi differenti ma dinamiche molto comuni, l’occhio rivolto più al loro quotidiano che allo straordinario».
Marina, cioè Ferilli, è una ex attrice di origine proletaria che si è reinventata con successo nel campo della ristorazione di qualità. Federica, cioè Buy, è un’architetta di estrazione alto borghese che si è separata dal marito dentista con cui fece un figlio oggi 23enne. Marina è lesbica da sempre, non esibisce ma non nasconde. Federica, che non si sente compiutamente lesbica, vive quel rapporto stabile, accasato, con qualche residuo imbarazzo. L’affacciarsi di un uomo perso di vista da anni, sensibile e conturbante, manderà l’architetta in crisi.
Nella ripartizione dei ruoli spettano a Ferilli, dotata di Suv e aggressiva nell’abbigliamento, le battute più spassose e colorite, del tipo: «Nun ce vedi, nun ce senti… Me pare de sta’ co’ Anna dei miracoli»; mentre Buy arpeggia sulla tastiera della donna sofisticata e irrisolta che legge i romanzi di Alice Munro, divora le serie tv di Sky, adora il Montblanc della pasticceria Paradisi, detesta i film “a tematica omosessuale”.
Chissà se Giovanardi o “il Giornale” protesteranno. «La verità? Siamo più avanti di chi ci governa» polemizza la sceneggiatrice Marciano. Mentre Ferilli, che pure sostiene «questo governo laico e di sinistra», invita a non addossare sempre la colpa ai politici: «Anche noi cittadini dobbiamo mobilitarci e fare sentire la nostra voce». In effetti.

Michele Anselmi

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