LA WATERLOO DEL CINEMA ITALIANO (TUTTO): AL BOTTEGHINO UN SETTEMBRE INFERNALE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Ecatombe Italia al botteghino. Peggio dell’anno scorso. Una vera e propria Waterloo. Cala la quota di mercato attribuita ai film tricolori, ormai scesa sotto il 25 per cento del primo trimestre 2015, ed era già un crollo. Non riusciamo proprio a risollevarci. Un tempo, per sfotticchiare un certo pessimismo, Paolo Virzì ricordava che «il cinema italiano muore a maggio e rinasce puntualmente a settembre». Il mantra non vale più. Basta scorrere i dati Cinetel. Popolare o d’autore, da multiplex o da festival, comicarolo o engagé, il nostro cinema è allegramente disertato dal pubblico. Qualche esempio. “Tutte lo vogliono”, con la coppia Brignano & Incontrada, è bloccato a 1 milione e 734 mila euro dopo tre settimane. È partita maluccio, giovedì scorso, la commedia “Io e lei”, costruita abilmente in chiave omosex su Sabrina Ferilli e Margherita Buy: 772 mila euro in cinque giorni, con quasi 250 copie. E che dire del nuovo film americano di Gabriele Muccino con Russell Crowe? Sta a 1 milione e 126 mila euro dopo il primo week-end, con quasi 400 copie.
Per non parlare dei titoli variamente presenti alla Mostra di Venezia, in concorso e no. “Per amor vostro”, che pure ha regalato a Valeria Golino la Coppa Volpi, è fermo a 361 mila euro dopo tre settimane; “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio ha esaurito il suo cammino a 375 mila euro; idem “L’attesa” di Piero Messina; “La prima luce” di Vincenzo Marra è appena sopra i 120 mila. Anche l’ormai famoso film postumo di Claudio Caligari, “Non essere cattivo”, è arrivato a fatica a 400 mila euro, e non sembrano aver aiutato più di tanto i peana dei critici e la designazione italiana in vista dell’Oscar.
Ridono solo gli americani, e neanche tutti: notevole ad esempio il flop a sorpresa del poliziesco “Sicario”, disertato dal pubblico nonostante cast e argomento (appena 900 mila euro). Ma certo con i cartoni animati “Inside Out” e “Minions” siamo su altri pianeti: 19 milioni il primo e quasi 23 il secondo. Anche il fantascientifico “Sopravvissuto: the Martian” di Ridley Scott ha aperto bene, con 2 milioni e 500 mila euro nei primi cinque giorni; e si difende bene, a sorpresa, il catastrofico “Everest” coi suoi 3 milioni e 382 mila in due settimane.
«Un disastro, è tutto finito» sussurra uno sconsolato produttore, rimuginando sulle cifre lillipuziane relative agli incassi italiani. A occhio non sarà la sciapa commedia sentimentale “Poli opposti”, con le schermaglie amorose tra Luca Argentero e Sarah Felberbaum, a risollevare le sorti del botteghino; di sicuro andrà meglio, tra dieci giorni, a “Suburra” di Stefano Sollima, già circonfuso, a torto o a ragione, da un’aura mitica, da film-caso tosto e spettacolare.
Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa, la mette così: «Purtroppo è vero. Oggi per lo spettatore è difficile farsi largo tra mille proposte. Possiamo solo cercare di presentare qualcosa che suoni come un evento, che colpisca per il cast o l’originalità della storia». Insomma, a parte i fuoriclasse pop come Checco Zalone, pronto a lanciare “Quo Vado” il 1° gennaio con un migliaio di copie, l’eccesso di offerta sta diventando un problema per il prodotto nazionale. «Sì, c’è diffidenza di fronte all’alto numero di film italiani usciti. Perlopiù di scarso successo ed evidentemente di scarso appeal» ragiona Letta. «La gente annusa subito, anche solo vedendo un trailer su un tablet, ha paura di prendere la fregatura». Il sistema è bulimico, centinaia di titoli aspettano di uscire tra settembre e aprile; sicché l’esercizio ingurgita film a getto continuo, senza assorbirli, l’uno dietro l’altro. Uno parte maluccio? Resta una settimana in sala e poi via. Chi voleva vedere il remake di “Via dalla pazza folla” non sa già più dove trovarlo.
Anche per questo Medusa ha scelto di restringere il menù. Non più di 12-13 portate all’anno, una tempo era 25-30, per «ottimizzare il listino con un numero di film bilanciato tra italiano e stranieri, risparmio e oculatezza le nostre parole d’ordine» conclude Letta, che già assapora il tutto esaurito con Zalone.
E gli artisti che dicono? Carlo Verdone ha quasi pronto il nuovo “L’abbiamo fatta grossa”, in coppia con Antonio Albanese. Pure lui voleva uscire il 1° gennaio, ma “Quo Vado” ha messo paura a tutti, così il suo produttore Aurelio De Laurentiis ha deciso un rinvio di quasi tre settimane. Scandisce al “Secolo XIX”: «Intendiamoci, Zalone non è un’anomalia. Anch’io, fossi un esercente, farei di tutto per averlo. Il guaio è l’overdose di offerta, all’interno della quale c’è qualità e fuffa, talento e mediocrità. Solo che alla fine il pubblico è confuso, fatica ad orientarsi». Infatti si finisce con l’annusare… «Sì, ma non è che gli spettatori annusino sempre bene. Vivo quasi come un dolore personale l’insuccesso di “Hungry Hearts”, il bel film di Saverio Costanzo. Nella chiacchiera sui social era solo “la storia di una matta che affama il figlioletto”. Ma le pare giusto, sensato?».
D’altro canto, come ama ripetere Piera Detassis, direttore di “Ciak”, «è cambiato proprio tutto, specialmente il rapporto con le immagini e l’auto-rappresentazione, siamo in epoca frammentata, social, “selfie made men”. Da lì bisogna ripartire». Probabile. Ma i 200 e passa film italiani girati nel 2014? Che cosa ne facciamo? E siamo proprio sicuri che per il nostro cinema non si ponga anche una questione di quali storie raccontare, e come?

Michele Anselmi

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